Macchianera

Il ruggito delle blatte

Epidemia di rabbia in Spagna (1996-2007)

Ed. laramaccia, Teramo 2010

 

«Grigia, amico mio, è la teoria, 

e d’un bel verde l’aureo albero della vita»

 

Dopo averne degustato tempo fa un estratto su internet che aveva destato la nostra curiosità, siamo riusciti infine a leggere per intero l’opuscolo Epidemia di rabbia in Spagna (1996-2007), a cura delle edizioni “laramaccia” di Teramo. Si tratta della traduzione di un testo apparso nel 2008 sulla rivista spagnola Resquicios, a firma Le Tigri di Sutullena. Bisogna qui rimarcare, e se ne capirà in seguito il motivo, che Resquicios è la rivista che si propone di continuare nella penisola iberica l’opera de los Amigos de Ludd, caratterizzandosi quindi per una critica anti-industriale assai vicina a quella dei post-situazionisti francesi dell’Encyclopédie des Nuisances (il debito nei confronti di Jaime Semprun è esplicitamente dichiarato dagli stessi redattori della rivista di Bilbao).

 

La premessa a questo testo è stupefacente. In seconda di copertina i traduttori fanno precedere la loro fatica da una nota editoriale in cui, a proposito dei brani italiani citati nel testo, si legge testualmente: «ci sembra che in alcuni casi, la riproduzione parziale e l’estrapolazione di alcune frasi tendano a modificare il significato rispetto ai testi originali, per questo invitiamo i compagni a confrontarli con le versioni complete». Cominciamo bene! Gli stessi traduttori/editori sentono il bisogno di mettere le mani avanti e avvertire il lettore che l’uso delle citazioni di testi italiani da parte degli autori spagnoli è quanto meno disinvolto, poiché ne distorce il significato originale a proprio uso e consumo. Con una ponderata selezione delle parole da riportare ed un accorto utilizzo dei puntini di sospensione, si sa, è possibile far dire ad uno scritto tutto o anche niente. Ancor prima di cominciare la lettura, sorge già una prima domanda: ma allora, se si segnala fin da subito la scorrettezza delle sue argomentazioni, perché riprodurre quel testo? Che senso ha — come si fa nell’introduzione — auspicare la ripresa e l’approfondimento della riflessione e della discussione tra anarchici e anarchiche, un confronto serio e schietto, per poi proporre come spunto un’analisi che ricorre alla manipolazione ma di cui si cantano le lodi per l’intento che si prefigge? Non sarebbe stato meglio pubblicare una critica più “onesta”?

Se questo è l’avvio, quel che segue va di male in peggio. Pare che alle Tigri di Sutullena non interessi granché criticare le idee insurrezionaliste per come si sono manifestate in Italia, di cui per altro ammettono la propria parziale conoscenza e riconoscono la «ricchezza di sfumature». Ma non tollerano che abbiano potuto prendere piede e svilupparsi nel loro paese. 

Quello che non riescono a mandar giù è che l’irruzione di tali idee nel 1996 — in seguito agli strascichi derivati dall’arresto a Cordoba di quattro compagni, tre dei quali italiani, per una rapina in banca — sia riuscita a smuovere le acque stagnanti del movimento anarchico spagnolo, sclerotizzato da decenni di burocratismo organizzativo (la «spagnolite», com’era definita dagli anarchici italiani negli anni 50). Com’è possibile che teorie ripetutamente definite «vaghe», oltre a scatenare un’epidemia di rabbia in Spagna, siano riuscite laddove la «maggior solidità teorica» della critica anti-industriale ha fallito, cioè a dettare «le domande a cui tutti cerchiamo di rispondere in questi anni» diventando «punto di incontro e comune denominatore»? Passi per l’«effimera moda ideologica» del primitivismo, e sempre sia lodato il «notevole impatto» delle «teorie situazioniste» (da notare che tutto ciò che ricorda l’anarchismo è deprecabile ideologia, mentre ciò che deriva dal marxismo è rispettabile teoria), ma come osano certi giovani compagni spagnoli appassionarsi alle «esortazioni all’azione, alla rottura violenta della routine quotidiana, alla coerenza, all’autosuperamento per uscire dal gregge, a sconfiggere la paura, etc»? È incredibile che trovino la «critica alla burocratizzazione, al dogmatismo e all’immobilità» più interessante del conato speculativo ispirato da chi, dopo aver fatto il dotto inventario della catastrofe in corso, conclude immancabilmente che non c’è più nulla da fare e condanna ogni atto di rivolta. Possibile che vogliano lanciare molotov contro ciò che esiste anziché tirare sospiri di nostalgia per ciò che era? Cose da pazzi, preferire gli eccitanti al bromuro!

Preso atto del sangue ancora troppo caliente dei propri connazionali, a partire dal 2001 i critici anti-industriali spagnoli si sono organizzati e adoperati per differenziarsi dai loro compari di cordata francesi. Per sfuggire a poco appaganti accostamenti con gli intellettuali militanti del sapere illuminista, gli enciclopedisti, hanno preferito evocare come punto di riferimento il rude Ned Ludd. Vero è che i loro richiami al luddismo si dividono fra apologie e sottili distinguo. Da un lato reclamano la necessità del sabotaggio — ma solo per rallentare la folle corsa del dominio e dare così tempo alla «secessione» di organizzarsi in un «arcipelago di oasi» —, dall’altro sottolineano come il luddismo abbia accompagnato l’alba della Rivoluzione Industriale; nel momento del suo tramonto, viceversa, bisogna guardare con sospetto all’«apparizione di un neo-luddismo volgare che si profila oggi» giacché «diventerà il riflesso perfetto della società industriale che esso pretende di sovvertire» (Los Amigos de Ludd, n. 2). Uffa, che palle! Per godere della loro stima un movimento di opposizione alla tecnologia, prima di lanciare gli zoccoli negli ingranaggi, deve imparare a farlo con classe, senza scadere nella volgarità. Deve saper essere colto, raffinato, brillante. Tutte doti che si acquisiscono naturalmente leggendo i bollettini de los Amigos de Ludd, i quali a proposito del loro «livello operativo» si premurano di specificare fin dal primo numero: «per il momento ci limitiamo a stendere un salutare discredito nei confronti della società industriale».

Esaurita quell’esperienza, a quanto pare Resquicios ne ha parzialmente raccolto il testimone. La cosa potrebbe anche finire qui, con una grassa risata. Questi felini spagnoli, che sagome! Nemmeno sfiorati dalla demoniaca tentazione di usare i propri pensieri ostili verso questo mondo non solo per prepararsi al day after, non resta loro che rammaricarsi del fatto che nel proprio paese «non esisteva la benché minima coscienza della necessità e del valore della teoria, cosa non strana dato il tradizionale carattere anti-intellettuale dell’anarchismo spagnolo». Ecco perché spacciano il frutto delle loro rivalità di bottega per autocritica costruttiva. 

[Vale la pena ricordare che questo testo s’inserisce all’interno di una più ampia crociata contro le idee insurrezionaliste italiane, portata avanti da chi in questa battaglia ha fatto sfoggio di tutta la propria caratura. Ad esempio il paladino iberico della critica anti-industriale, l’ineffabile Miguel Amoros, ha dedicato nel 2007 un saggio ad Alfredo Bonanno nel quale scopriamo tra l’altro che il fondatore delle edizioni Anarchismo si sarebbe più volte appropriato di idee altrui, passando dal «contropotere» caro a Toni Negri alla «festa rivoluzionaria» decantata dall’IS (!?); mentre nel 2008 l’anonimo autore di Los illuciones insurrecionalistas ha pensato bene di curare la peste italica facendo le pulci ad un articolo... statunitense]. 

Come non bastasse, dopo essersi lamentati dell’«assoluta ignoranza» che li circonda, frutto della passione «internautica» giovanile in grado di apprezzare solo l’effimero, come una qualsiasi Wikipedia (o una qualsiasi Federazione Anarchica a caccia di eretici) le Tigri definiscono l’insurrezionalismo «una nuova componente dell’anarchismo» il cui discorso in Italia «si è sviluppato gradualmente dagli anni settanta» (sic!). E Cafiero, Covelli, Ciancabilla, Galleani o Schicchi? e l’Avvenire Anarchico o l’Adunata dei Refrattari? — e chi li conosce? 

A fronte di cotanta pochezza, che facciamo? Affossiamo la loro «analisi dialettica» nella parte più vergognosa delle nostre librerie? In fondo, tutte le loro osservazioni sono dedicate a un contesto a noi del tutto estraneo. A ben pensarci, no, non ne siamo disposti. È vero che si tratta di un testo specificatamente spagnolo, ma è anche vero che è stato messo in circolazione qui in Italia. È vero che i suoi autori se la prendono con il «pessimo adattamento spagnolo dell’insurrezionalismo» italiano, con la sua «traduzione grottesca sul suolo iberico», ma è anche vero che a loro avviso questa «malcomprensione» non sia affatto dovuta ad una peculiarità locale. Essi sostengono «al contrario, che gran parte dei fallimenti successivi sono inscritti nella debolezza di queste basi teoriche: nella sua incapacità di analizzare la realtà in cui ci muoviamo, quando non nel disprezzo della stessa; nella sua radice individualista; nel suo avanguardismo mal dissimulato; nella sua voluta vaghezza; nella sua mancanza di articolazione e vigore». E quando gli editori italiani dichiarano che questo testo mistificatore merita attenzione per il suo «obiettivo sicuramente ambizioso: quello di mettere in discussione il proprio arsenale teorico-pratico e le esperienze di lotta maturate», quando gli autori spagnoli salutano l’insurrezionalismo anarchico per aver «messo un ferro arroventato sull’addormentato anarchismo ufficiale», per affrettarsi ad aggiungere che «L’errore è continuare oggi a seguire posizioni superate dalla pratica, esaurite nella loro potenzialità», diventa fin troppo chiaro che questo sguardo retrospettivo assomiglia un po’ troppo agli elogi funebri che precedono la sepoltura. Per cui, lasciamo perdere i salamelecchi rivolti alle idee insurrezionaliste anarchiche che tanto non adulano nessuno e passiamo alle tristi amenità ivi contenute. Tralasciando le affermazioni specifiche sulla situazione spagnola, che non conosciamo abbastanza e su cui non ci permettiamo di esprimere alcun parere, affrontiamo quanto viene apertamente sostenuto in questo opuscolo.

 

Conosciamo fin troppo la retorica anti-anarchica del marxismo stantio che privilegiava gli strali contro questi «intellettuali piccolo-borghesi» che sognano un mondo senza autorità. Col passare degli anni, l’accusa principale rivolta agli anarchici è stata modificata (era sempre più difficile nascondere che gli intellettuali piccolo-borghesi prediligevano assai più il marxismo dell’anarchismo) ed è diventata quella di essere ideologici. L’ideologia — un insieme di idee chiuse, vecchie, immutabili, cristallizzate in dogma davanti cui genuflettersi. Per il resto, tutto come al solito: gli anarchici restano ignoranti, inconcludenti, superficiali, magari volenterosi, buoni spesso come manovalanza ma nulla più, non essendo dotati di quella teoria perfetta in grado di smuovere le masse e spingerle a compiere la loro missione storica. Le Tigri di Sutullena, in vena di originalità, si uniscono a questo vecchio coro prestando i loro possenti ruggiti. Partorite dagli ormai esausti lombi pro-situs, sanno bene che non possono permettersi i modi spicci di un tempo. Per cui ogni sberla deve alternarsi a un buffetto, dando vita ad un tortuoso ragionamento pieno di contraddizioni e controsensi. Da un lato annunciano che l’insurrezionalismo anarchico «non fornisce tutte le risposte come farebbe un dogma» e che esso «non è assolutamente una dottrina strutturata», dall’altro lo definiscono più volte una «ideologia». Vogliono sì «far risaltare una serie di implicazioni positive» presenti ad esempio nell’organizzazione informale, ma solo «di fianco a quanto di negativo c’è in questa impostazione» (ovvero? dimenticano di dircelo). Inorridiscono al cospetto dell’importanza attribuita all’individuo, ma poi ammettono «che nelle condizioni attuali una pratica anticapitalista non può rimanere ancorata nell’attesa delle masse, o dell’adesione di ampi settori della popolazione, né affidare a loro ogni sua prospettiva per il futuro». Approvano il «rifiuto dell’alienazione da militanza» tipico delle idee insurrezionaliste, ma poi lo liquidano come «deriva esistenzialista». 

È la tipica andatura caracollante di tutti i cosiddetti marxisti libertari, con i loro piedoni piazzati in due scarpe di diversa fattura e misura. Non amano molto l’autorità che li ha delusi, il che li rende talvolta simpatici, ma non osano odiarla a vantaggio della libertà, il che li rende spesso patetici. L’anarchismo li attira e li ripugna al tempo stesso, rimanendo un enigma irrisolvibile. A volte, in preda ai morsi della fame e bisognosi di fresche energie, vi si avvicinano per nutrirsene. Ma è un boccone troppo indigesto per loro: appena lo inghiottono non possono fare altro che risputarlo fuori avvolto nella loro bava. Le loro critiche, della cui radicalità sono certi, risultano imbarazzanti per l’evidente totale incomprensione dell’oggetto preso in considerazione. Ad esempio, com’è possibile bacchettare degli utopisti dichiarati per la loro mancanza di realismo? Che senso ha sostenere che l’insurrezionalismo «come teoria politica ha notevoli limiti: a quelli intrinsechi dell’anarchismo ne aggiunge di propri», considerato che esso fa della negazione della politica una delle sue caratteristiche? Lo stesso discorso si potrebbe fare per la ridicola accusa rivoltagli di essere «incapace di indicare un soggetto collettivo capace di portare avanti l’attacco contro il sistema». Cari tigrotti, fatevene una ragione: non esiste questo soggetto collettivo identificabile nella provetta da laboratorio della teoria radicale. È inutile che rimaniate alla finestra in attesa di Babbo Natale e delle sue renne che vi porteranno in dono la rivoluzione. Osservazioni simili ci fanno venire in mente quegli stalinisti che con arguzia rimproverano agli anarchici di non voler gerarchie e di non impartire ordini.

Che dire poi dell’evocazione di quell’ectoplasma chiamato «individualismo avanguardista»? In sé si tratta già di una contraddizione in termini: se non si fa parte di un esercito, non si può essere né di avanguardia né di retroguardia. L’individuo in rivolta è spronato dalla propria coscienza e dai propri desideri, non dai calcoli politici di chi saltella in avanti pensando di essere l’abile stratega in grado di guidare le masse (altro tic tipico della schiatta situs); non prevede il futuro osservando il volo dei movimenti sociali, aprendo le viscere delle crisi politiche o leggendo i fondi dei bilanci economici, alla ricerca di un segnale annunciatore. Per questo, piuttosto che attendere una rivelazione che mai arriverà, l’anarchico fa della propria vita il luogo della guerra sociale. 

Nell’ostentare la loro contrarietà all’individuo, le Tigri di Sutullena fanno capire bene da quale cloaca provengano: «Il “ribelle” dell’ideale insurrezionalista è un eroe tragico. Il suo eroismo risiede nel suo continuo sforzo di liberarsi da qualsiasi legame con il sistema. La sua tragedia deriva dalle conseguenze pratiche e dirette di un simile compito, e da un rapporto di forza tanto impari da non lasciar spazio a nessuna speranza». «Eroe tragico» è lo stesso termine usato con disprezzo dallo storico marxista Hobsbawm nei confronti di Sabaté, un altro anarchico spagnolo che non ha mai voluto convenire che è molto meglio rassegnarsi costantemente al sistema se si vogliono evitare spiacevoli conseguenze pratiche e dirette. Abbasso la certezza della «personale odissea», evviva la speranza in una pensione sociale! E se proprio proprio bisogna sfidare i rapporti di forza (dopo tutto, non si spargono litri d’inchiostro ripetendo fino alla noia che l’umanità si trova a un passo dal baratro?), la premessa indispensabile è che questi non siano «tanto impari». Prima fare numero, grosso numero, poi passare all’attacco. Anche perché «Questo “individuo in lotta”, senza punti di riferimento collettivi, è obbligato a cercare le motivazioni della sua ribellione dentro di sé». E ciò denota una mancanza di «pudore» che lo porta ad agire a prescindere dalle «condizioni storiche e sociologiche». Che scandalo! Ma stiamo scherzando? Come si osa cercare in se stessi il significato della propria esistenza, invece di mettersi al servizio di una entità collettiva astratta indicata dal ceto intellettuale? Come ci si permette di tentare di influenzare gli avvenimenti anziché limitarsi ad esserne influenzati?

Dunque, se l’anarchico agisce da solo è da condannare in quanto eroe-tragico-individualista-avanguardista. E se agisce inserendosi all’interno di lotte sociali più ampie? Allora è da condannare per via della sua «volontà chiaramente parassitaria di utilizzare queste lotte come piattaforma della propria ideologia». L’anarchico bastardo non ha scampo. Coglione o zecca. Appena si muove, comunque si muove, le tigri lo sbranano. A farle inferocire è sia il suo «attacco diffuso slegato da qualunque conflitto o rivendicazione concreta» (come dimostrarono ampiamente gli attacchi ai tralicci all’epoca delle lotte antinucleari...), sia il suo «disprezzo assoluto verso l’autonomia delle lotte sociali» (che lo scostumato anarchico vorrebbe usare come grimaldello per scardinare l’ordine statale, invece di marciare al loro passo sventolandone rispettosamente le rivendicazioni parziali). Insomma, «l’insurrezionalismo non contempla — perché non può — l’ipotesi che risulterebbe maggiormente interessante: quella di una pratica di sabotaggio guidata da considerazioni strategiche fatte su interessi collettivi, non condizionata necessariamente dall’esistenza di movimenti sociali, però in ogni caso attenta al loro nascere e rispettosa di loro e delle loro caratteristiche». Peccato che, al di là dell’uso di alcuni termini parecchio fastidiosi, questa sia esattamente l’ipotesi insurrezionalista per come si è andata sviluppando nel corso di oltre un secolo. Il fatto che esistano anarchici che, pur richiamandosi all’insurrezionalismo, nell’ultimo periodo abbiano preferito battere altre strade arrivando anche a singolar tenzone con lo Stato, rientra nell’ovvietà della diversità: consequenzialità o “degenerazione”, si tratta comunque di ben altra faccenda.

I prodi tigrotti spagnoli hanno un bel frammentare i testi italiani citati, il loro significato è chiaro. Poiché il dominio non scomparirà da sé, una rivoluzione resta necessaria. E non c’è mai stata una rivoluzione senza insurrezione. Aspettare la nascita di un movimento di massa esplicitamente illuminato dalla solida teoria anti-industriale, o iniziare a muoversi all’attacco fin d’ora nella consapevolezza che anche un piccolo fatto (dopo tutto, la stessa epidemia di rabbia spagnola è nata da una rapina andata male) può provocare qualche sconvolgimento? Per alcuni anarchici non ci sono dubbi. Agire da soli, cercando di intervenire nei contesti che più verosimilmente potrebbero incendiarsi (quanti ricordano che le odierne lotte di massa in Val Susa sono state fecondate anche da sabotaggi individuali?). Oppure agire partecipando a lotte già in corso, lotte che possono avere un obiettivo parziale e settoriale ma che ci toccano direttamente e che per loro natura potrebbero radicalizzarsi. Agire, con le idee e con i fatti, alla luce del sole e col favore delle tenebre, ognuno seguendo di volta in volta le proprie inclinazioni, ma senza abbandonare mai i propri contenuti. Accendere scintille, soffiare sul fuoco, in questo mondo che sta diventando una polveriera.

Vivessero nella giungla, le tigri sarebbero selvatiche. Saprebbero d’istinto che libertà è sinonimo di avventura e rischio. Vivendo a Sutullena, sono tigri addomesticate. Mangiano quando qualcuno dà loro da mangiare ed il resto della giornata lo trascorrono a girare in tondo nella gabbia, spalancando le fauci a chi non gode delle loro simpatie. Ambiscono alla libertà, ma non osano tentare di conquistarla per timore della frusta. Sono furbe, loro, aspettano il momento propizio, quando qualcosa di esterno aprirà d’incanto i cancelli: l’avvento di condizioni storiche oggettive adeguate, l’identificazione sociologica di un soggetto collettivo rivoluzionario, la formulazione erudita di una teoria radicale globale. E aspettano, aspettano, aspettano...

Che simili cialtronerie siano state pubblicate in Spagna da Resquicios e riprese in italiano dal sito più situs, lo si può ben comprendere. Quella è tutta gente che cade in deliquio per il finale della 220° tesi della bibbia: «la critica che va al di là dello spettacolo deve saper aspettare». Ma il motivo per cui a stamparle qui in Italia siano stati degli anarchici — e non allo scopo di farsi quattro risate, bensì per alimentare la riflessione fra compagni! — beh, questo costituisce per noi quasi un mistero. Non buffo, piuttosto triste. 

 

 

["Ma chi ha detto che non c'è", l'oro del tempo, gennaio 2011]