Miraggi

La parola che mi porta

Nato a Mosca, Georges Schwartz (1905-1987) trascorre la sua esistenza in Francia, a Vitry. Medico omeopata dei poveri, presta le sue cure soprattutto ai barboni, agli immigrati, ai marginali, a coloro che non hanno accesso ai servizi sanitari statali. Fuori dall'ambulatorio si dedica alla poesia, di cui si considera un umile servitore, tanto da scegliersi lo pseudonimo letterario di Paul Valet. Per lui la poesia non è un innocuo passatempo, ma uno strumento di bellezza e di lotta per la libertà, come testimoniano gli stessi titoli delle sue raccolte (Senza museruola, Parole d'assalto, Astri di non-sottomissione).
Durante la guerra partecipa alla Resistenza e alla Liberazione rifiuta sia di suonare i pifferi della propaganda (ben sapendo che «una stretta fraterna senza patria né partito è più forte di tutte le dottrine dei dottori» e che «non si libera l'uomo dai suoi maledetti Stati condannandolo a vita da un modello di Stato») che di trasferirsi a Parigi e fare carriera nel bel mondo delle lettere. Negli anni successivi «l'eremita di Vitry» alzerà la voce contro le raffinerie di petrolio che inquinano la Senna, Parigi, ed i suoi abitanti, meritandosi così l'odio feroce di industrie e sindacati, uniti nella difesa del posto di lavoro. Viene minacciato dai loro dirigenti, bastonato in mezzo alla strada dai loro scagnozzi, denunciato per ingiurie e calunnia dai loro avvocati. A lungo resisterà, solo contro tutti, fino a crollare e a conoscere l'orrore degli ospedali psichiatrici.
 
Paul Valet
 
La parola che mi porta
È l’intatta parola
 
Essa ignora la gloria
Della decrepitezza
 
La parola che mi porta
È la ruvida parola
 
Essa ignora il fasto
Della serenità
 
La parola che mi porta
È l’oscura parola
 
Nelle sue acque profonde
Annega la mia luce
 
La parola che mi porta
È la dura parola
 
Essa esige da me
L’intera insubordinazione
 
La parola che mi porta
È un’onda di fondo
 
È un’alta parola
Senza frontiere e senza nome
 
La parola che mi porta
Mi solleva con rabbia
 
[da La parole qui me porte, 1965]