Brulotti

A buon intenditor…

Uno
 
La parola “crisi” indica il deterioramento di una condizione oggettiva con conseguente instabilità socio-politica e decadenza delle istituzioni civili, turbamento della pacifica convivenza e della vita in comune.
Beh, quale migliore opportunità poteva bussare alla nostra porta se non una “crisi globale”?
Senz’ombra di dubbio, vista l’inamovibilità generale, potrebbe darci quella spinta in più per farla finita una volta per tutte con questo mondo.
Ma la realtà odierna muove verso un’altra direzione. 
Oggi più che mai l’accezione negativa che si dà alla parola “crisi” è aumentata progressivamente, facendola divenire lo spettro di quell’abietta canea dei più che annovera tra le sue fila politicanti d’ogni risma e bravi, quanto ossequiosi, democristiancratici italiani affetti da cittadinismo latente.
Eh sì, il cittadinismo; questo nuovo virus del XXI secolo è riuscito in pochissimo tempo a contagiare un alto numero di persone fondendo in un unico calderone genitori e figli, politicanti, rinnegati vari e gli immancabili personaggi riciclati, al grido di «Più democrazia».
La massima aspirazione di questo “nuovo” movimento che puzza di vecchio sta nel riconoscimento istituzionale dei beni comuni e nella venuta miracolosa di una nuova classe politica. 
I cittadini soffrono di rassegnazione a tal punto da non vedere nella crisi nemmeno un male da sconfiggere, bensì una forza sotto la quale piegarsi accettando passivamente le misure suicide imposte dai governanti. Non contenti, cercano insistentemente di trascinare sul fondo anche coloro che non vogliono soccombere a questa logica, facendo della delazione un cavallo di battaglia. 
Ebbene sì, sono questi i più, quella parte che rasenta il totale dell’intera popolazione italiana. Sono coloro che vedono nello Stato un amico immaginario, formato da istituzioni spersonalizzate, che avendo smarrito la retta via potrà tornare ad essere grande solo grazie ai sacrifici di ognuno di noi. 
«C’è crisi, bisogna essere uniti e se necessario fare sacrifici per far rinascere l’Italia migliore» ci ripetete come una litania… vecchi imbonitori che non siete altro!
Come possiamo minimamente pensare di scendere in piazza con queste persone? Come possiamo stare ad ascoltare le loro rivendicazioni riformiste? Basta con i falsi moralismi infarciti di buoni sentimenti. Lasciamoli annegare nel loro fango. Questi bravi cittadini sono poi gli stessi che rabbrividiscono se una madonnina va in frantumi o se una banca brucia, ma non si curano del fatto che con i loro risparmi e investimenti bancari finanziano guerre e repressione in tutto il mondo.
Sono coloro che vedono l’attuale crisi mondiale come una conseguenza di alcune manovre politiche errate e non pensano che questi errori siano endemicamente creati dal sistema che gelosamente difendono.
Sono coloro che si indignano reclamando più libertà e più beni comuni, ma quando vedono i propri figli incendiare un blindato o un Suv, danno la colpa alle brutte compagnie che frequentano.
Sono coloro che amano così tanto lo Stato che, se necessario, lo difendono in prima linea dalle orde dei nerovestiti cattivi.
Sono coloro che elogiano le rivolte altrui e danno del fascista o infiltrato a chi, non accontentandosi di vedere i supermercati saccheggiati solo su uno schermo, li assalta in prima persona.
Per quale motivo dovrei immischiarmi con coloro che amano ciò che io odio? Loro amano il potere, io lo odio; amano il progresso, io lo odio; amano i loro padroni, io li odio tutti; odio tutti gli sfruttatori, i cani da guardia e tutti i rassegnati.
Io amo la mia vita e i miei sogni; amo distruggere e veder distrutto tutto ciò che impedisce ai miei sogni di divenire la mia vita. 
 
Prestando più attenzione, e senza sforzarsi troppo, si può notare che anche tra gli anarchici la parola “crisi” ha un’accezione negativa specialmente quando si riferisce all’inattività che caratterizza il movimento: quante volte abbiamo sentito dire che il movimento anarchico è in crisi?
Chi si relaziona partendo da una critica radicale dell’esistente, invece di perder tempo a pensare quale potrebbe essere la soluzione migliore per uscire da questa situazione di inattività trovando percorsi e pratiche comuni di lotta, non capisco per quale motivo non fa della crisi che sta vivendo il motore per ripartire ed agire! Non subordiniamo la pratica alla teoria, forse è proprio questo il punto. Se teoria e pratica devono essere complementari, perchè si continua a non agire? È proprio l’azione che oggi manca, perchè discutere un problema di cui tutti già conoscono la soluzione?
Agire! Agire! Agire!
Non deleghiamo la nostra rivolta a nessuna organizzazione, cerchiamo delle affinità più o meno durature e facciamo in modo che si acuiscano i rapporti sociali giorno dopo giorno. 
Non siamo un’elite, non accaparriamoci nessuna esclusiva d’azione rivendicandola con roboanti frasi; determinate azioni possono benissimo essere comprese da tutti coloro che vogliono capire.
Come dice un vecchio proverbio «A buon intenditor poche parole».
Ad ognuno il suo e tutti contro il presente.
Buona Crisi
 
[14/11/2011]