Brulotti

Le feste di beneficenza

 

Gennaro Filamondi 
 
Spesso e dappertutto si fanno feste cosiddette di beneficenza, a favore di danneggiati, di sofferenti, di vittime. Feste di origine e natura prettamente aristocratiche e borghesi, le quali hanno trovato imitatori anche nei partiti popolari. Già, l’uomo ha sempre avuto la mania di scimmiottare, anche quando strombazza ai quattro venti ch’egli agisce liberamente per propria iniziativa, mentre agisce differentemente da quanto predica ed è incoerente. 
Così, in una miniera, per causa dell’avidità dei padroni, vengono seppelliti centinaia di operai? Su, un ballo di beneficenza! In uno sciopero migliaia di famiglie patiscono la fame, e il piombo governativo per ristabilire l’ordine infrange centinaia di petti, storpiando altre centinaia di operai, molti lavoratori sono mandati in galera o al patibolo? Su, compagni, aiutiamoli! Facciamo una festaccia allegramente, libiam ne’ lieti calici!... Dopo, se per caso resta qualche quattrino, si manda (o si fan le viste di mandarlo), poco importandoci se arrivi o no a destinazione con qualche mese di ritardo!... 
Ebbene, tutto ciò è perfettamente indecoroso e insulso, è ipocrisia ed insulto. 
È ipocrisia, perché se è festa è divertimento, e il divertimento è nella gioia: perciò chi prende parte a tali feste ha per intento principale il godere e non il far del bene agli altri che soffrono e muoiono lottando. È insulto, perché non è lecito dare gli avanzi delle proprie orge ai nostri simili; come non è lecito divertirsi spensieratamente sapendo che uomini, lavoratori come noi, soffrono, languiscono di stenti e di privazioni, agonizzano in orride celle. E bene agirebbero questi da esseri fieramente coscienti se sdegnosamente rifiutassero simili carità
Domanderete, o compagni: ma come si dovrebbe allora fare per aiutarci scambievolmente? – È presto detto: chi ha cuore davvero e comprende che un giorno o l’altro può trovarsi anch'egli in bisogno di aiuto, non ha altro da fare che da seguire gli impulsi della propria coscienza. Mi spiegherò più chiaramente: se ha denari, li mandi direttamente e subito; ma non è punto coi denari solamente che noi possiamo salvare un compagno trascinato in prigione o al patibolo; non è già coi nostri pochi centesimi che noi potremo alleviare le sofferenze di tutta quanta una popolazione stremata da un lungo sciopero; non è punto coi soldi che noi potremo competere con i miliardi e i milioni dei capitalisti, è bene rammentarcelo. La nostra povera e scarsa moneta fa la figura di un debole nano che voglia lottare contro un potente gigante! 
E neppur possiamo, in simili frangenti, fare assegnamento su le casse delle Unioni, le quali non avranno mai denari a sufficienza per sostenere scioperi che si protraggono passivamente inerti per mesi e mesi, mentre le casse dei padroni sono abbastanza ben fornite per mantenerli nel lusso per anni ed anni e forse per secoli. Grave errore è credere diversamente. E a questo errore debbono imputarsi appunto le nostre continue sconfitte negli scioperi. 
La forza nostra, dunque, non può consistere nel denaro: essa risiede solamente nella solidarietà: tutti per uno, risoluti e decisi a tutto. Ad uno sciopero faccia eco un altro; ad uno sciopero parziale aggiungiamo una buona volta lo sciopero generale. Questo è il migliore e più efficace aiuto che possiamo dare ai compagni combattenti; e, dicendo sciopero generale, non voglio affatto intendere supina inazione, fino a che qualche arruffapopoli, approfittando della fame degli scioperanti e della loro mancanza di energia, non trovi modo di romper le uova nel paniere a suo totale beneficio. Prima che la fame fiacchi in noi ogni fierezza, bisogna agire, risolutamente agire sino alla fine. 
Intanto, liberare un compagno dagli artigli della polizia è doveroso, schiudere l’ergastolo a un altro, non per via di suppliche e d’intercessioni, ma colle proprie braccia, è necessario più che non l’inviargli pochi centesimi di offerta. 
Scegliere insomma la via più diretta per riuscire, tale vuol dire essere uomini veramente forti e coscienti del proprio diritto. 
Non fare e non volere elemosine, non presentar suppliche e non accettar grazie – tale dev’essere la nostra linea di condotta.
 
 
[La Protesta Umana, anno III, n. 14 del 11 giugno 1904]