Brulotti

Sabotaggio

Émile Pouget 
 
La parola «sabotaggio» fino a una quindicina di anni fa, era soltanto un termine di gergo indicante non l'atto di fare del sabotaggio ma quello, immaginoso ed espressivo, di azione compiuta «a scarpate».
In seguito esso si è trasformato in una formula di lotta sociale ed è al Congresso Confederale di Tolosa, nel 1897, che ha ricevuto il battesimo sindacale. Il nuovo venuto non fu accolto, in un primo tempo, negli ambienti sindacali, con eccessivo entusiasmo. Alcuni lo vedevano assai di malocchio rimproverandogli le sue origini plebee, anarchiche ed inoltre la sua... immoralità. Malgrado questa diffidenza, che rasentava l'ostilità, il sabotaggio ha ormai le simpatie operaie. […]
Ciò nonostante non bisogna pensare che la classe operaia abbia atteso, per praticare il sabotaggio, che questo tipo di lotta ricevesse la consacrazione dei Congressi Corporativi. Il sabotaggio come tutte le forme di rivolta e di lotta è vecchio quanto lo sfruttamento umano. Da quando un uomo ha avuto la criminale ingegnosità di trarre profitto dal lavoro di un suo simile, da quel giorno lo sfruttato ha cercato d'istinto di dare meno di quanto esigesse il suo padrone. […]
Può presentarsi un caso dove il sabotaggio non sia una rappresaglia? Oppure si riscontra un atto di sabotaggio solo in risposta ad un atto di sfruttamento? Quest'ultimo, in alcune particolari condizioni in cui si manifesta, non produce e legittima tutti i gesti di rivolta quali che siano?
In questo modo ritorniamo alla nostra prima affermazione: il sabotaggio è vecchio quanto lo sfruttamento umano! […]
È nel 1895 che, per la prima volta, in Francia troviamo traccia di una manifestazione teorica e cosciente di sabotaggio.
Il Sindacato Nazionale dei ferrovieri faceva allora una campagna contro un progetto di  legge — il progetto Merlin-Trarieux — che cercava di interdire ai ferrovieri il diritto al sindacato. Si pose la questione di rispondere alla votazione di questa legge con lo sciopero generale e a questo proposito Guérard, segretario del sindacato, e con questo titolo delegato al Congresso dell'Unione Federativa del Centro, pronunciò un discorso categorico e preciso: i ferrovieri non sarebbero indietreggiati davanti a nessun ostacolo per difendere la libertà sindacale e avrebbero saputo, all'occorrenza, rendere lo sciopero effettivo ricorrendo a certi metodi. Egli faceva allusione ad un metodo ingegnoso e poco costoso: «... con due soldi di una certa materia, utilizzata sapientemente, — dichiarò — ci è possibile mettere una locomotiva nell'impossibilità di muoversi...».
Questa chiara e brutale affermazione che apriva orizzonti imprevisti, fece grande scalpore e suscitò una profonda agitazione negli ambienti capitalisti e governativi che, ormai, non potevano considerare senza angoscia la minaccia di uno sciopero delle Ferrovie. […]
A partire dal 1895 la spinta è data. Il sabotaggio, che era stato praticato dai lavoratori inconsciamente e istintivamente, riceve — sotto la denominazione popolare che gli viene data — la sua consacrazione teorica e prende posto tra i mezzi di lotta accertati, riconosciuti, approvati e preconizzati dalle organizzazioni sindacali. […]
«Il mio parere è che, invece di limitarsi a protestare, sarebbe meglio entrare in azione e invece di subire le ingiunzioni dei dirigenti, abbassando la testa quando dettano le loro fantasie, sarebbe più efficace rispondere a tono. Perché non rispondere ad uno schiaffo con un calcio?...» […]
È comprensibile che dalla radicale differenza tra la classe operaia e la classe borghese, derivi una diversa moralità. Effettivamente sarebbe strano che pur non essendoci niente in comune tra un proletario ed un capitalista la morale facesse eccezione. Sarebbe semplicemente assurdo che le azioni ed i gesti di uno sfruttato venissero valutati e giudicati con il criterio del suo nemico di classe. La verità è che, come in questa società ci sono due classi, ci sono anche due morali: quella dei capitalisti e quella dei proletari. […]
I borghesi vogliono precisamente impadronirsi dell'eccedenza della produzione e, a tale scopo, hanno soppresso la morale naturale e ne hanno inventata un'altra, che hanno fatto stabilire dai loro filosofi, esaltare dai loro predicatori, cantare dai loro poeti […].
Di questa morale scellerata la classe operaia è dunque riempita a profusione. Dalla nascita fino alla morte, il proletario ne è invischiato: egli succhia questa morale con il latte più o meno adulterato del biberon che, per lui, sostituisce troppo spesso il seno materno; più tardi, nelle scuole, gliela si inculca ancora, in dosi sapienti, ed il condizionamento continua in mille e mille modi diversi finché, sdraiato nella fossa comune, dormirà il suo sonno eterno.
L'intossicazione è talmente profonda e persistente che uomini dal ragionamento chiaro e acuto ne restano, loro malgrado, contaminati. È il caso di Jaurès che, per condannare il sabotaggio, si è rifatto a tale etica, creata ad uso dei capitalisti. […] Egli si è limitato a delle affermazioni di carattere sentimentale, ispirate dalla morale degli sfruttatori, e che non sono altro che il rimescolamento delle teorie degli economisti borghesi, rimproveranti agli operai francesi le loro esigenze e i loro scioperi, accusandoli così di mettere in pericolo l'industria nazionale. Il ragionamento di Jaurès è, in effetti, dello stesso tipo, con questa differenza: al posto di fare vibrare la corda patriottica, tocca il punto dell'onore, la vanità, la gloriuzza del proletariato che ha cercato di esaltare. La tesi sbocca nella negazione sostanziale della lotta di classe, perché non tiene conto del permanente stato di guerra tra il capitale ed il lavoro. Ora il buon senso suggerisce che, essendo il padrone il nemico principale dell'operaio, non è sleale tendergli delle imboscate anonime piuttosto che combatterlo a viso aperto.
Dunque, nessuno degli argomenti derivati dalla morale borghese è valido per confutare questa ed altre tecniche proletarie; egualmente, nessuno di tali argomenti è valido per giudicare i fatti, le azioni, i pensieri o le aspirazioni della classe operaia. […]
I proletari si comportano come un popolo che, dovendo resistere all'invasione straniera e non sentendosi abbastanza forte per affrontare il nemico in battaglia campale, si lancia nella guerra di imboscata, di guerriglia. Lotta spiacevole per i grandi corpi d'armata, lotta talmente orripilante e micidiale che, per lo più, gli invasori rifiutano di riconoscere ai franchi-tiratori il carattere di belligeranti. Questa esecrazione della guerriglia, da parte delle armate regolari, è simile all'orrore ispirato dal sabotaggio ai capitalisti. In effetti il sabotaggio è, nella guerra sociale, ciò che la guerriglia è nelle guerre nazionali: esso nasce dagli stessi sentimenti, risponde alle stesse necessità ed ha sulle mentalità operaia identiche conseguenze.
Si sa quanto la guerriglia sviluppi il coraggio individuale, l'audacia e lo spirito di decisione; altrettanto si può dire del sabotaggio: esso tiene in allenamento i lavoratori, impedisce loro di affondare in una fiacchezza perniciosa e, necessitando di un'azione permanente e senza respiro, sviluppa lo spirito d'iniziativa, abitua ad agire da soli, eccita la combattività. […]
Esaminando le modalità del sabotaggio operaio, abbiamo visto che, indipendentemente dalla forma e dal momento di applicazione, la sua caratteristica principale è quella di colpire il padrone nei profitti. Contro di esso, così com'è indirizzato a colpire soltanto i mezzi di sfruttamento, le cose inerti e senza vita, la borghesia non ha rimedi sufficienti. 
 
 
[Le sabotage, Librairie Rivière 1911; traduz. italiana Sabotaggio, La Fiaccola 1973]