Intempestivi

Quando una miserabile attualità urla la sua urgenza, il solo modo per rimanere fuori dal coro è quello di prenderla controtempo. Cercare in essa il lato sconveniente e inopportuno, anziché specularci sopra come avvoltoi. Per sottrarsi ad ogni convenienza e ad ogni opportunismo, per schiudere orizzonti imprevisti e infiniti. I momenti più cruciali della realtà quotidiana, visti però con gli occhi incantati dell'irrealismo.

«Inferno o utopia?»

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«Inferno o utopia?»

 

È una delle tante scritte comparse nei pressi del commissariato del terzo distretto di Minneapolis, quello andato in fumo nella notte fra il 28 e il 29 maggio nel corso della rivolta provocata dall’omicidio di George Floyd. Non è uno slogan, né un appello, e neppure un grido di battaglia. A fomentare ed eccitare gli animi ci aveva già pensato — ci pensa quotidianamente — il braccio armato dell'autorità, con la sua brutale arroganza. No, quella scritta vergata solleva una questione. Non rivolge una domanda al nemico (come il sarcastico «ci ascoltate adesso?»), pone a chi è sceso in strada un interrogativo su cui riflettere: to hell, or utopia? Qual è il senso di tanta rabbia e tanto furore? Cosa si vuole ottenere? Andare all’inferno, quello della riproduzione sociale, oppure dare vita all’utopia, a qualcosa che sia tutt’altro rispetto a leggi a cui obbedire, merci da acquistare, ruoli cui sottostare, denaro da accumulare, governi da eleggere e a cui delegare?

In ostaggio

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In ostaggio

Mai come in questi giorni la realtà ha preso in ostaggio l'immaginazione. I nostri desideri e sogni più folli sono sovrastati da una catastrofe invisibile che ci minaccia, ci confina, legandoci mani e piedi al capestro della paura. Qualcosa di essenziale si gioca oggi attorno alla catastrofe in corso. Ignorate le poche Cassandre che da decenni lanciavano i loro avvertimenti, ora siamo passati dall'idea astratta al fatto concreto. Come dimostra l'odierna emergenza con tutti i suoi divieti, ad essere in ballo non è la mera probabilità di sopravvivere, ma qualcosa di ben più importante: la possibilità di vivere. Ciò significa che la catastrofe che oggi ci perseguita non è tanto l'imminente estinzione umana — da evitare, ci viene assicurato sia in alto che in basso, solo con una completa obbedienza agli esperti della riproduzione sociale — quanto l'onnipresente artificialità di un'esistenza la cui pervasività ci impedisce di immaginare la fine del presente.
 
«Catastrofe»: dal greco katastrophé, «capovolgimento», «rovesciamento»; sostantivo del verbo katastrépho, da kata «sotto, giù» e stréphein «rovesciare, girare».
 
Sin dall'antichità questo termine ha conservato fra i suoi significati quello di un avvenimento violento che porta con sé la forza di cambiare il corso delle cose, un evento che costituisce al tempo stesso una rottura e un cambiamento di senso, e che di conseguenza può essere sia un inizio che una fine.

Italia, terra dei morti!

Intempestivi

Italia, terra dei morti!

Alphonse de Lamartine
 
Monumento crollato, abitato solo dall'eco!

Polvere del passato, sollevata da un vento sterile!

Terra, dove i figli non hanno più il sangue degli avi!

Dove, su un suolo invecchiato gli uomini nascono vecchi;

Dove il ferro svilito colpisce soltanto nell'ombra;

Dove sulle fronti velate aleggia una nuvola oscura;

Dove l'amore non è che un inganno, e il pudore un belletto;

Dove l'astuzia ha alterato la dirittura dello sguardo;

Dove le parole irose non sono che un rumore sonoro,


In corpore vili

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In corpore vili

«Scopo del terrore e dei suoi atti è di estorcere totalmente l'adattamento degli uomini al proprio principio, affinché anch'essi riconoscano, in definitiva, ancora solo uno scopo: quello dell'autoconservazione. Quanto più gli uomini hanno in mente senza scrupoli la propria sopravvivenza, tanto più diventano marionette psicologiche di un sistema che non ha altro scopo che mantenere se stesso al potere»
Leo Löwenthal, 1945
 
Ecco, ci siamo. Da poche ore è stato dichiarato lo stato d’emergenza sanitaria su tutto il territorio nazionale. Serrata quasi totale. Strade e piazze semi-deserte. Proibito uscire di casa senza una ragione ritenuta valida (da chi? ma dalle autorità, naturalmente). Proibito incontrarsi e abbracciarsi. Proibito organizzare qualsivoglia iniziativa che preveda anche solo un minimo di presenza umana (dalle feste ai raduni). Proibito stare troppo vicini. Sospensione di ogni socialità. Ammonimento a stare chiusi in casa il più possibile, aggrappati ad un qualche dispositivo elettronico in attesa di notizie. Obbligo di seguire le direttive. Obbligo di portare sempre con sé una «autocertificazione» che giustifichi i propri spostamenti, anche se si esce a piedi. Per chi non dovesse sottomettersi a simili misure è prevista una sanzione che può prevedere l'arresto e la detenzione.

Sarà un'influenza che vi seppellirà!

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Sarà un'influenza che vi seppellirà!

«Nonostante le apparenze, l'ecofascismo ha un futuro davanti a sé e sotto la pressione della necessità potrebbe essere il risultato di un regime totalitario sia di sinistra che di destra. In effetti i governi saranno sempre più costretti ad agire per gestire risorse e spazio via via più rarefatti... La preservazione del livello di ossigeno necessario per la vita potrà essere garantita solo sacrificando un altro fluido vitale: la libertà. Ma, come accade in tempo di guerra, la difesa del bene comune, della terra, varrà il sacrificio. L'azione degli ambientalisti ha già iniziato a tessere una rete di regolamenti fatta di ammende e di carcere al fine di proteggere la natura dal suo sfruttamento incontrollato. Cos'altro fare? Ciò che ci aspetta, come nell'ultima guerra totale, è probabilmente una miscela di organizzazione tecnocratica e ritorno all'età della pietra»
(Bernard Charbonneau)
 
 
Sono trascorsi quarant'anni da quando uno dei primi critici della civiltà tecno-industriale pubblicava tali osservazioni, impregnate di una certa mestizia dovuta all'indifferenza generalizzata nei confronti delle devastazioni attuate dal progresso. Ce le ha fatte venire in mente quanto sta accadendo in questi giorni qui in Italia, dove a cominciare da Lombardia e Veneto è in via di sperimentazione un test d’irreggimentazione di massa in nome del bene pubblico.

In Australia, l'apocalisse

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In Australia, l'apocalisse

 

Alcuni pompieri segnalano fiamme alte 150 metri. Rileggete lentamente. Fiamme alte 150 metri. Più alte di un palazzo di 40 piani.
È la nuova norma estiva in Australia. Fiamme gigantesche ed esseri umani terrorizzati, rannicchiati sulla spiaggia nella notte nera o alla luce arancione del giorno. Disorientate, in preda al panico, migliaia di persone sono costrette a fuggire. Città e villaggi sono avvolti da giorni, settimane ed ora mesi in una bruma di fumo che va dall'irritante al tossico fino al mortale. Una zona incendiata la cui dimensione supera largamente quella delle terre toccate dagli incendi in Amazzonia e California.
Decine di morti o dispersi. Ed è solo l'inizio.
Il giornale The Age di Melbourne riporta l'evacuazione di Corryong, nel nord-est di Victoria, alla vigilia di Capodanno: «Tutti coloro che volevano unirsi al convoglio dovevano avere sufficiente carburante per arrivare a Tallangatta, a circa 85 chilometri di distanza, e scrivere il loro nome su una lista. La lista era per il medico legale qualora le cose fossero andate male».
Le fiamme illuminano di luce ardente le priorità dei dirigenti australiani.

Nemmeno di venerdì

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Nemmeno di venerdì

Per imporsi con le sue continue contraddizioni, il bispensiero ha bisogno di rendere la psiche degli individui molto fluida, facendoli vivere solo nel e sul presente: la verità è ciò che il Partito (cioè lo Stato) dice. O meglio, è ciò che sta dicendo. E che, un attimo dopo, potrebbe capovolgersi nel suo esatto contrario. L'obiettivo finale del potere è quindi spezzare il rapporto dell'individuo con la verità del significato, con la sua profondità storica, al fine di renderlo un essere totalmente malleabile, cioè manipolabile. In fondo è un ideale condiviso da tutte le grandi ideologie a partire dall'inizio del XX secolo: plasmare l'essere umano, riuscire a fargli credere qualsiasi cosa, addestrarlo a negare il minimo senso e talvolta anche la testimonianza dei propri sensi. Si tratta di un progetto quasi del tutto realizzato, essendo diventato il bispensiero la cosa più condivisa. 
In quale altro modo spiegarsi la pretesa di difendere la natura dal progresso industriale che la devasta, mentre si sostiene la scienza e ci si rivolge ai governanti che finanziano e realizzano questo stesso progresso? Se nel caso della giovanissima Greta Thunberg si può forse parlare di ingenuità, negli adulti che la adulano di cosa si può parlare?

Smartphone, suonerie, capitale

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Smartphone, suonerie, capitale

 

«Credo che entro la prossima generazione i padroni del mondo scopriranno che il condizionamento infantile e la narco-ipnosi sono più efficienti come strumenti di governo di manganelli e prigioni, e che la loro brama di potere potrà essere completamente soddisfatta suggestionando le persone ad amare la loro schiavitù, invece di fustigarle e ridurle all'obbedienza».
(Aldous Huxley, lettera a George Orwell del 21 ottobre 1949)
 
 
Mezzo secolo fa, piazza Fontana. L’avvio della cosiddetta strategia della tensione. Una bomba esplodeva all'interno di una banca affollata, a pochi passi dal Duomo di Milano. Oltre cento vittime fra morti e feriti, una strage di sangue perpetrata al fine di diffondere in tutto il paese la paura, il terrore e l'angoscia necessari per far scattare il riflesso condizionato dell'ordine. Seminare un panico tale da giustificare, se non far invocare, l'intervento dello Stato (anche mediante il suo braccio armato poliziesco, anche mediante la sospensione di alcune libertà date per acquisite). 
Mezzo secolo dopo piazza Fontana, siamo in piena strategia della distensione. Dopo le bombe, lo smartphone.

Sopra il vulcano

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Sopra il vulcano

«Rendiamo omaggio a un vulcano? Alle voci sotterranee che lo annunciano, alla cupa aridità che lo circonda, a quella cappa minerale che improvvisamente si spalanca in un raggio di fulmini che frantuma l'orizzonte?»
Annie Le Brun
 
Lo scorso 8 ottobre, in un incontro con la stampa, il presidente cileno Sebastián Piñera aveva definito il proprio paese «una vera oasi dentro un'America Latina confusa», potendo infatti contare — a differenza dei suoi vicini — su «una democrazia stabile». Solo dieci giorni dopo, venerdì 18 ottobre, davanti alla rivolta che deflagrava nelle strade del paese, è stato costretto a decretare lo stato d'emergenza e a disseminare Santiago e le altre città di militari come non se ne vedevano dai tempi di Pinochet. Questa clamorosa smentita della pacificazione sociale raggiunta è stata subito seguita da un’altra, quella della propaganda statale imperante. Domenica 20 ottobre, spalleggiato dai suoi generali, Piñera spiegava ai giornalisti come i disordini fossero opera di «gruppi violenti... in guerra contro tutti i cileni che vogliono vivere in democrazia. Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno». Ma poiché le immagini diffuse ovunque nel mondo stavano semmai dimostrando al di là di ogni possibile dubbio l’esatto contrario, ovvero come «tutti i cileni» (ad eccezione dei tirapiedi del potere) stessero prendendo parte alla protesta, due giorni dopo il presidente ha chiesto pubblicamente «perdono per non aver compreso in tempo il malessere sociale».

La strategia della lumaca

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La strategia della lumaca

«Bisogna portare il panico alla superficie delle cose»
 
Questa mattina — dieci giorni dopo il ventunesimo anniversario della morte di Maria Soledad Rosas, due giorni dopo il diciottesimo anniversario della morte di Carlo Giuliani, e poche ore prima della prevista sentenza da parte del Tribunale di Firenze contro una trentina di anarchici — la linea ferroviaria che collega Roma e Firenze è ferma, sospesa, bloccata. Cosa è successo? All’alba, nella prima periferia del capoluogo toscano, una cabina elettrica dell’Alta Velocità si è surriscaldata al punto da andare in fiamme. Sarà stato un caso? Una coincidenza? Una «vile provocazione»? Oppure, più semplicemente ed umanamente, un gesto d’amore e di rabbia? 

Chiagnere e fottere

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Chiagnere e fottere

 

Un celebre intellettuale italiano riteneva tale comportamento, quello che trova la sua più colorita espressione nel vernacolo napoletano, non solo una sorta di tratto nazionale ma anche una vera e propria strategia politica basata sull’uso strumentale del vittimismo. Ad indugiare in lamentazioni proprio quando le cose gli vanno a gonfie vele non è solo il ricco che piange miseria o il torturatore che patisce sofferenza, ma pure il potente che viene contestato con le parole e coi fatti. Quanto accaduto ieri 19 maggio, a Lecce, fatto subito rimbalzato in cronaca nazionale, fornisce in tal senso un ottimo esempio.
Nella piazza centrale del capoluogo salentino un presidio elettorale della Lega, il cui segretario (nonché vicecapo del governo, nonché ministro degli Interni) è lì atteso nelle prossime ore, ha attirato l’attenzione di qualcuno che non ama il razzismo, non ama il fascismo, non ama la politica, non ama il potere.

Diviso zero

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Diviso zero

Qualche giorno fa, in provincia di Foggia, si è verificato l'ennesimo incidente sul lavoro. Due le vittime, una delle quali deceduta. Cose che capitano, soprattutto quando si fanno mestieri pericolosi. E andare in giro a ficcare il naso nella vita altrui, a fare domande impertinenti con tono intimidatorio e minaccioso, a mettere le mani addosso a persone e cose per frugare in maniera indiscreta, talvolta al fine di privarle della loro libertà per un periodo più o meno lungo, è senza dubbio un mestiere pericoloso. Non a caso chi ha scelto di compierlo segue un addestramento specifico e va sempre in giro armato. 
Ecco perché non siamo affatto rimasti sorpresi dalla notizia dell'incidente sul lavoro in cui sono incappati due carabinieri pugliesi. Il loro aggressore, perquisito già due volte nei giorni precedenti e trovato in possesso prima di droga e poi di un coltello, aveva pure avvisato i militari della caserma («ve la farò pagare»).

L'eroe ed il criminale

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L'eroe ed il criminale

 
Il primo è un italiano, ovviamente. Il secondo è un immigrato, ovviamente. Lorenzo e Ousseynou. Un anno e mezzo fa Lorenzo ha lasciato una vita tranquilla, sicura, e ha percorso 3.700 chilometri per andare a combattere tra le file della formazione curda Ypg, in Siria. Non si è battuto solo contro i tagliagole dell'Isis, ma anche contro le truppe turche che assediavano Afrin. Evidentemente non ha trovato differenze fra l'invasione dei miliziani di al-Baghdadi e quella dei soldati di Erdogan. Tutti miravano a conquistare e dominare quei territori, terrorizzando e massacrando la popolazione là residente. Ousseynou invece è nato in Francia, ma è di origini senegalesi. Diversi anni fa è venuto a vivere in Italia, a Crema, dove lavorava come autista di autobus.

Meglio Pippi

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Meglio Pippi

Oggi in tutto il mondo si sono tenute manifestazioni di protesta contro il cambiamento climatico. È il venerdì per il futuro, l’idea ispirata da Greta (o da chi per lei) di uno sciopero globale a favore del clima. Ma qual è la causa principale del cambiamento climatico? L’attività industriale destinata alla produzione di merci e servizi. E chi compie, sostiene e finanzia questa attività? Piccole e grandi imprese, con il sostegno diretto dello Stato. È questa la ragione per cui tutti questi attivisti ambientalisti chiedono a burocrati e funzionari di promuovere leggi ed iniziative in grado di permettere lo sviluppo di un capitalismo verde e sostenibile? Perché, essendo loro i responsabili del cambiamento climatico in corso, spetta a loro risolvere i danni che stanno causando? Non è una richiesta più che logica, è una pretesa del tutto idiota. Chiedere allo Stato ed alla grande industria di abbassare drasticamente le emissioni di anidride carbonica è come chiedere ad uno squalo di ridurre drasticamente la sua ricerca di cibo.

Parva favilla...

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Parva favilla...

A chi è toccato questa volta? Avendo già raso al suolo le baracche dei rom («nicht lebenswert», secondo il lessico nazista, esseri che non meritano di vivere dato che non votano, non lavorano, non pagano le tasse), avendo già chiuso le frontiere agli stranieri poveri (quelli che sbarcano dai gommoni con le tasche vuote, che l'invasione di chi arriva in yacht col portafoglio gonfio è benedetta), avendo già sbattuto in galera un latitante sfuggito per decenni alla giustizia italiana ed aver annunciato pari trattamento per altri suoi simili (ex-estremisti di sinistra militanti della lotta armata contro lo Stato, mica gli ex-piloti della Nato in volo sopra Cermis o gli ex-amministratori delegati alla ThyssenKrupp di Torino), ha trovato una nuova preda da ostentare agli infoiati di legalità.
Giovedì 7 febbraio, poche ore prima che il governo francese richiamasse il proprio ambasciatore a Roma (fatto accaduto in passato solo dopo l'ascesa di Mussolini), le forze dell'ordine hanno fatto irruzione in uno spazio occupato anarchico di Torino, l'Asilo, con lo scopo di sgomberarlo ed effettuare alcuni arresti fra chi è sospettato di battersi con troppa veemenza contro le politiche razziste istituzionali.

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