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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Introduzione al Millenarismo

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Introduzione al Millenarismo

Georges Lapierre

La veemente fuga dal mondo sulle vie di Compostela, il rifugio della preghiera, l’asilo della Chiesa, l’oasi di grazia della vita monacale non sono stati, per fortuna, i soli slanci degli uomini del Medio Evo verso la salvezza della vita eterna. Un’altra corrente, altrettanto potente, ha trascinato molti di loro verso un altro desiderio: la realizzazione sulla terra del paradiso, il ritorno all’età dell’oro. È questa la corrente del millenarismo, il sogno di un Millennio, mille anni di felicità, come a dire l’eternità instaurata, o piuttosto restaurata, sulla terra.
Contrariamente ai loro contemporanei, i millenaristi non hanno scambiato i propri sogni con la realtà, volendo realizzarli, cosa ben diversa e altrimenti spirituale: godere infine della ricchezza infinita dello Spirito. Al vile abbandono, hanno opposto il rifiuto, l’insurrezione, la rivoluzione.

Lo Stato e l'orrore

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Lo Stato e l'orrore

Philippe Godard / Jean-Louis Becker
 

«C’è un cammino verso la libertà; le sue pietre miliari si chiamano: obbedienza, assiduità, onestà, ordine, pulizia, sobrietà, franchezza, senso del sacrificio e amore per la patria».
Questo è l’asse dell’ordine SS nei campi di lavoro e di sterminio, enunciato senza dubbio dallo stesso Himmler. Al di là del cinismo dei carnefici SS che trapela da queste parole, c’è lo smarrimento provocato dall’enunciazione di questi “valori” che guidano sul “cammino della libertà”, che sono poi quelli di ogni Stato, compreso quello democratico. Allora, abbasso tutti i valori.

L'autorità dello Stato poggia fra le altre cose su un modo di produzione gerarchico e complesso, oltre che su un apparato di alienazione e di dominio multiforme, uno dei cui aspetti è l’utilizzo dell’orrore.

Sull'anonimato e l'attacco

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Appendice a un dibattito abortito sull'anonimato e l'attacco

Il dibattito è l'esplorazione approfondita di un argomento attraverso il confronto tra due o più parti, ciascuna delle quali con una propria posizione. Contrariamente a chi pensa che i dibattiti vadano evitati per non provocare divisioni, noi pensiamo che vadano alimentati. Perché lo scopo di un dibattito non è quello di decretare un vincitore davanti a cui genuflettersi, bensì di arricchire la consapevolezza di ognuno. I dibattiti precisano le idee. L'enunciazione e la contrapposizione di idee diverse – questo è un dibattito! – ne chiarisce i punti oscuri e ne indica i punti deboli. Cosa che serve a tutti, nessuno escluso. Serve a ciascuna delle parti in causa che partecipa al dibattito, al fine di affinare, correggere o rafforzare le proprie idee. E serve a chiunque assista al dibattito, che stabilirà da che parte stare (quale che sia, l'una, o l'altra, o nessuna delle parti in discussione).
La storia del movimento anarchico è costellata di dibattiti. Tutti utili, anche se talvolta dolorosi. Purtroppo essa è piena anche di dibattiti mancati, di idee diverse mai messe a confronto, lasciando ciascuno nelle proprie certezze (o dubbi) iniziali. Meglio così, perché in questo modo si sono evitate sterili polemiche? A nostro avviso, no; peggio così, perché in questo modo si sono impedite fertili discussioni.

Il diritto all'ozio...

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Il diritto all'ozio e la ripresa individuale

Brand [Enrico Arrigoni]

Da molto tempo si va reclamando il diritto al lavoro, il diritto al pane e, veramente, nel lavoro ci stiamo abbrutendo. Non siamo più che lupi alla ricerca del lavoro, di un lavoro “steady”, fisso, se ciò fosse possibile; e alla sua ricerca va il nostro affanno. Siamo a caccia continua, ossessionante, del lavoro. Questa preoccupazione, quest’ossessione anzi, ci opprime, non ci abbandona mai. E non è che si ami il lavoro. Tutt’altro; lo odiamo, lo malediciamo; ma non pertanto lo subiamo, lo inseguiamo anzi per ogni dove. E mentre lo imprechiamo, lo malediciamo pure perché ci sfugge, perché è incostante, perché ci abbandona dopo breve tempo, sei mesi, un mese, una settimana o solo un giorno. Ed ecco che all’indomani di ogni giorno, di ogni settimana, l’inseguimento riprende, con umiliazione alla nostra dignità d'uomini; affronto continuo alla nostra fame; scudisciata morale al nostro orgoglio d’individui pensanti, d'individui coscienti di questo affronto alla nostra dignità ed ai nostri diritti, di ribelli, di anarchici.

Nessuna legittimazione

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Nessuna legittimazione

Quale sia il punto, non è difficile capirlo. Questi ultimi anni hanno visto un moltiplicarsi di conflitti ed è facile prevedere che le aule dei tribunali siano destinate ad affollarsi sempre più di persone incriminate – anche nonostante le loro migliori intenzioni – per aver manifestato contro questa o quella decisione presa dall'alto, per aver infranto in qualche misura questa o quella legge. La repressione che sta colpendo la lotta NoTav in Val Susa – con alcune centinaia di imputati e migliaia di indagati fra i suoi attivisti, per non parlare dell'offensiva mediatica lanciata loro contro – costituisce un lugubre avvertimento ad uso e consumo di tutti gli insoddisfatti dell'attuale ordine sociale; siano essi lavoratori licenziati o studenti deprezzati, precari sfruttati o occupanti sgomberati, cittadini avvelenati o inquilini sfrattati.
Più aumenta il disagio, più si manifestano turbolenze, più aumenta la repressione. Ciò pone ovviamente la questione di come affrontare la reazione dello Stato, al di là del ricorso ai margini di manovra consentiti dalla legge.

Rivoluzione o dittatura

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Rivoluzione sociale o dittatura militare

André Prudhommeaux

I nostri tiranni si atteggiano a liberatori. La parola «libertà» non ha dunque perduto il suo valore emotivo, nonostante le scrollate di spalle degli scettici, le vuote dichiarazioni dei retori e malgrado tutti i delitti liberticidi commessi, fino sui suoi altari in onore della dea. Gli stessi che si sono vantati di farla finita con questa «grue metafisica», di torcere il collo a questa «sgualdrina grondante sangue» o perfino di «calpestare il suo cadavere putrefatto» sono ben felici, quando l'occasione si presenta, di chiamarla alla riscossa, o per lo meno di agitare a loro volta, per i bisogni della loro cattiva causa, il suo grande nome religioso, «libertà nazionale», «libertà di Stato», «libertà di culto», «libertà di lavoro», «libertà dei mari»; «libertà» di pensare in mucchio, «libertà di sfruttare», «libertà d'opprimere», e per conseguenza «libertà» di non essere liberi (perché la bestia è schiava del gregge e il padrone è prigioniero dello schiavo)!... qual magnifico programma per un partito, per tutti i partiti, per i partiti delle libertà, che tutte si riassumono così bene nel motto: «piazza libertà» cioè «levati di là perché mi ci metta io».
Ma la nostra libertà, la libertà di essere diversi? E la vera, la grande, quella che trova nella «libertà» degli altri la sua conferma, la sua estensione, non il suo limite? Chi la difenderà?

Derive d'avanguardia

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Derive d'avanguardia

Barthélémy Schwartz

L’avanguardismo artistico-radicale, vissuto sotto una forma caricaturale e grottesca dai lettristi, è presente fin dai primi giorni dell’internazionale situazionista e dà un proprio tono alle attività del collettivo fino ai primi anni 60. Durante questo periodo, i situazionisti esplorano i limiti di una posizione avanguardista nella cultura (sistematizzata da Constant e dall’urbanismo unitario), in un’epoca in cui il capitalismo ha ritrovato una crescita economica ed è cambiato nella forma (capitalismo ad economia mista); ma esplorano anche il superamento di questa posizione avanguardista scoprendo le correnti non autoritarie della critica sociale, come Socialisme ou Barbarie (itinerario di Debord, Vaneigem, eccetera). È questo il periodo che viene qui affrontato.
Se è vero che il comportamento sociale è legato all'ambiente circostante, bisogna modificare quest'ultimo per intervenire sull'affettività degli individui. Così si costruisce in maniera deliberata una situazione sociale. Ma nel maggio '68 sarà il movimento sociale a creare la situazione, non certo l'avanguardia.

Marx e lo Stato

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Marx e lo Stato

André Prudhommeaux

La concezione marxista dello Stato, per il suo fondamento d'osservazione e per le idee che accoglie, appartiene ad un momento storico e ad un dominio geografico ben determinato: l'Inghilterra del XIX secolo.
Per spiegare e chiarire le lotte politiche che Marx, emigrato a Londra, aveva sotto gli occhi (lotte tra proprietari terrieri e capitalisti, o capitalisti ed operai; pro o contro il suffragio universale, o le tariffe doganali sul grano) questa teoria poteva anche essere sufficiente. Poteva, in una certa misura, applicarsi alla monarchia censitaire di Luigi Filippo, ma non all'analisi delle grandi rivoluzioni e contro-rivoluzioni francesi del 1489-1815, analisi che Marx non ha mai tentato.
Quanto alla descrizione dei rapporti di potere in seno alla Francia del Secondo Impero, della Germania di Bismarck, e della Russia Zarista, in Marx non era che frammentaria e in completa contraddizione con la sua teoria centrale. Lo stesso è per l'interpretazione – molto meno marxista che bakuninista – che Marx ha dato della Comune, come forma di organizzazione rivoluzionaria.

La Bomba

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La Bomba

Dwight Macdonald

Ad averci spaventati è stata innanzitutto la sua esplosione. «Il TNT è appena due volte più potente di quanto lo fosse la polvere nera sei secoli fa. La Seconda Guerra mondiale ha visto una produzione di esplosivi sessanta per cento più potenti del TNT. La bomba atomica è 12.000 volte più potente del migliore TNT. Centoventitré aerei, tutti caricati con una sola bomba atomica, rappresenterebbero una potenza distruttiva pari alla totalità delle bombe (2.453.595 tonnellate) sganciate dagli Alleati sull'Europa durante questa guerra». Ma pian piano è apparso chiaro che il vero orrore della Bomba non sta nella sua esplosione bensì nella sua radioattività. La scissione dell'atomo sprigiona ogni genere di sostanze radioattive, la cui potenza è deducibile dal fatto che nella fabbrica che ha prodotto la bomba ad Hanford l'acqua utilizzata per raffreddare il «reattore» (la struttura composta dall'uranio e dalle altre sostanze la cui interazione provoca l'esplosione) è esposta a una quantità di radiazioni sufficiente da «riscaldare in modo considerevole il fiume Columbia».

Sviluppo sostenibile

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Sviluppo sostenibile

Eugène Benoît

È nel 1980, in un rapporto comune del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente e del World Wildlife Fund, che è comparsa per la prima volta la nozione di «sviluppo sostenibile». Successivamente è stata avanzata nel rapporto «Bruntland», dal nome del primo ministro norvegese che presiedeva la commissione delle Nazioni Unite per l'ambiente e lo sviluppo. Ecco la definizione: «Uno sviluppo che risponda ai bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai loro».
Non esiste definizione assai più precisa di «sviluppo sostenibile». Il suo significato dipende dai rapporti di forza sociali fra diversi gruppi di interessi che con questo termine difendono obiettivi in gran parte contraddittori.

La sommossa moderna

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La sommossa moderna e l'arcaismo di sinistra

Observatoire de téléologie

Sembra che le persone di sinistra in particolare facciano molta fatica a comprendere cosa dicono delle sommosse i teleologi. Poiché i sinistri ritengono di sapere chiaramente cosa sia una sommossa, tanto più che sono piuttosto favorevoli a questo genere di eventi non senza rimarcarne talora le debolezze. Ma per loro la sommossa è uno strumento fra gli altri nella bisaccia portaproiettili contro la società attuale. Quindi per loro non c'è ragione di parlare più della sommossa che dello sciopero, della manifestazione, dell'insubordinazione civile o di forme di gestione parallele, che eventualmente rivendicano. Credono innanzitutto che la sommossa, per i teleologi, costituisca una sorta di feticismo; poi che vi facciano «ricorso» fin troppo spesso; infine che esistono comunque sommosse assai differenti nel mondo, giacché quelle che sono tanto belle e grandi da lontano, laddove il controllo del nemico è talmente blando da consentirle, non sono paragonabili agli incendi di cassonetti ad opera di gruppetti di mascherati in qualche venerdì sera in periferia, in cui loro, i nostri sinistri, hanno difficilmente accesso.

Architettura e anarchia?

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Architettura e anarchia: una coppia male assortita?

Jean-Pierre Garnier

La pratica dell'architettura stessa ne risente, più che mai segnata da elitarismo e autoritarismo. Sognare di «democratizzarla», come fecero studenti «contestatari» della disciplina una trentina di anni fa, è a questo proposito un non-senso. Preoccupati soprattutto di scuotere la tutela dei loro «grandi maestri», alcuni erano arrivati sino a richiamarsi al maoismo – o almeno a quello che se ne percepiva nei saloni o nelle sale dei seminari – per incitare l'architetto a «scendere dal suo piedistallo», a praticare il «ritorno alla base» per mettersi «all'ascolto delle masse». Non appena entrati nella professione, questi rivoluzionari del tavolo luminoso si affrettarono a ricollegarsi con la tradizione mandarinale. Il punto è che non avevano mai rotto con essa.
Può esistere allora, a proposito della creazione architetturale, un punto di vista anarchico che non sia puramente negativo, per non dire iconoclasta?

Farfalle

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Farfalle, amore libero e ideologia

Lettera sull’incoerenza

Aviv Etrebilal

È rassicurante vedere che, per alcune generazioni dell’acquitrino antiautoritario, i dogmi da cui troppo spesso partiamo, che ci divorano e ci fanno girare in tondo in una scatola chiusa, vengono messi in discussione. Che quando certi principi ideologici finiscono per causare danni collaterali umani, siamo capaci di criticarli, abbandonarli o riformularli. Un testo che alcuni compagni hanno pubblicato di recente sembra essere riuscito a dare origine a discussioni appassionanti ed importanti. La forza di quel testo era in certo qual modo il ritorno all’individualità, che tutti abbiamo più o meno sostituito con dei dogmi e con l’ideologia, sostituendo anche gli individui con delle persone-tipo. E se quel genere di discussioni, sul libero amore, la coppia, la pluralità, la gelosia, la non-esclusività, etc. esiste effettivamente tra noi, forse soprattutto in situazioni in cui le persone vivono assieme e a volte hanno perso il senso dell’intimità (squat, comunità, etc.) più che altrove, mancava in effetti la volontà di farne una discussione pubblica, tramite un testo che non fosse destinato solo a passare sottobanco all’interno di una o due bande di amici e amiche.

All'aria aperta

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All'aria aperta

Note su repressione e dintorni

     

«Dobbiamo abbandonare ogni modello, e studiare le nostre possibilità»
E. A. Poe
 

Le note che seguono nascono da un’esigenza: quella di riflettere assieme sulla situazione attuale al fine di trovare il filo di una prospettiva possibile. Esse sono il frutto di diverse discussioni in cui si sono mescolati il bilancio critico di esperienze passate, l’insoddisfazione per le iniziative di lotta in corso e la speranza per le potenzialità esistenti. Non sono la linea di un gruppo in competizione con altri, né sottendono la pretesa e l’illusione di riempire i vuoti — di vita e di passioni progettuali — con l’accordo più o meno formale su alcune tesi. Se conterranno critiche spiacevoli non è per il gusto fine a se stesso di muoverle, bensì perché credo sia urgente dirsi anche le cose spiacevoli. Come tutte le parole di questo mondo, esse avranno un’eco solo in chi avverte un’esigenza simile. Insomma, una piccola base di discussione per capire cosa si può fare, e con chi.

L'inferno è lastricato di buone intenzioni

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L'inferno è lastricato di buone intenzioni

Crociate umanitarie all'alba del terzo millennio

In questo mondo alla rovescia vorrebbero farci credere che alcune anime belle umanitarie si dedichino con tutte se stesse per dar sollievo alla miseria dei più miseri. Se ci degnassimo di dar loro qualche obolo potremmo dormire fra due guanciali, dato che quei professionisti della buona azione si impegnerebbero al nostro posto. Qualche euro e il cittadino soddisfatto di sé potrà fare ritorno ai suoi piccoli affari. Riciclando la questua alla fine della messa che nutre prima d'ogni cosa la buona coscienza del fedele, le organizzazioni non governative ci sanno fare. Il loro marketing dell'empatia si basa su una retorica dell'urgenza che non lascia spazio a interrogativi sul senso delle cose, su ciò che non va, sui modi di affrontarlo. Così caritatevoli e così bene organizzate, bisogna farsene una ragione, esse gestiscono.
Ovvio che gestiscono. Ma cosa di preciso?

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