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A costo di provocare irritazioni e disagio, è fondamentale andare in senso contrario. Cessare di accarezzare ciò che ci circonda non solo nei suoi aspetti minimi, ma soprattutto nella sua dimensione generale e globale. Il pensiero ribelle, se isolato in situazioni particolari, rischia di scadere in mero commentario. Intelligente, ma a breve gittata. Per arricchirsi, in qualità come in quantità, occorre abbracciare tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Una sfida faticosa, ma indispensabile.

Individuo e terrore

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Individuo e terrore


Leo Löwenthal


 
Secondo un'opinione ampiamente condivisa, il terrore fascista è stato solo un effimero episodio della storia moderna e per fortuna ora si trova alle nostre spalle. Non riesco a condividere tale parere. Ritengo piuttosto che il terrore sia profondamente radicato nella dinamica della civiltà moderna, in particolare nella moderna organizzazione economica. La riluttanza ad affrontare senza riserve questo fenomeno in tutte le sue implicazioni è già di per sé un sintomo subliminale del terrore. Indubbiamente per quanti vivono nel terrore è pressoché impossibile riflettere su di esso e ampliare la conoscenza dei suoi meccanismi.

Fuorirotta

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Fuorirotta

Raccolta di testi sulla rivolta di Genova e su chi cercò di governarla
 

Luglio 2021
La vita è lotta e, spesso, la lotta costa la vita. Per questo la lotta non può ridursi a un mero fatto politico...
Sono passati quasi vent’anni da quel luglio 2001 a Genova... tanti, quei giorni, scesero in strada. Tra questi ci fu chi portava avanti un tentativo di creare rappresentanza politica, pronto a individuare e distinguere i buoni dai cattivi. Ma qualcosa andò storto: diverse individualità, provenienti da tutto il mondo, decisero di non delegare a nessun leader l’espressione della propria rabbia, di non farsi schiacciare dalla collettività di un Movimento ma di esprimere semplicemente sé stessi e le loro cattive passioni.

La foresta dell’agire

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La foresta dell’agire

La distruzione non è solo questione di fuoco, di sabotaggio, d’insurrezione o di armi. Se da un lato la distruzione comprende la soppressione materiale delle strutture e delle persone autoritarie, dall'altro implica una critica corrosiva dei rapporti sociali che sostengono, favoriscono e riproducono tali strutture, fino a toccare le nostre stesse responsabilità, i nostri compromessi, le nostre rinunce, che sono altrettanti mattoni dell'edificio sociale da demolire. La distruzione non è tanto un affare di guerra, dove sono tracciate le linee di demarcazioni tra amici e nemici; ciò di cui stiamo parlando va ben oltre un tale schema probabilmente troppo facile per spiegare l’eternità dell'oppressione e dello sfruttamento nel calvario della storia umana. Inoltre la distruzione, come fatto materiale violento, non è riducibile al semplice atto della distruzione (che essa si esprima contro le cose o contro gli uomini, da questo punto di vista  non fa alcuna differenza: l'atto di distruggere comporta comunque l'uso della violenza — offensiva o difensiva, giustificata o meno, in fondo si tratta di questioni che ognuno e ognuna deve risolvere da sé, senza le stampelle che qualche ideologia, sistema filosofico o convinzione religiosa possa offrire). Occorrono non solo braccia, ma anche testa; non solo una preparazione mentale, ma anche cuore; non solo uno sforzo e una convinzione individuali, ma forse anche il sostegno di chi abbiamo vicino.

Il rovello

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Il rovello

Un'ossessione ventennale macerata nel fiele. Periodicamente veniamo tenuti al corrente della sua evoluzione, quand'essa si manifesta in modo pubblico. Non solo perché questa ossessione ci tocca purtroppo direttamente, ma anche e soprattutto per gli effetti che ha avuto col passare del tempo, producendo miasmi anche esilaranti. Poiché tutto ciò ha luogo in Francia, per lunghi anni non ce ne siamo occupati. In fondo, vista da tanti chilometri di distanza, si tratta null'altro che di una penosa vicenda privata di un caso umano.
Il personaggio vive a Parigi e la natura gli ha giocato un brutto scherzo. Da un lato è stata generosa nei suoi confronti, dotandolo di una certa intelligenza; dall'altro è stata carogna, poiché gli ha guastato quel dono facendogli scorrere nelle vene non sangue, ma fiele.

Vulnerabilità

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Vulnerabilità

A livello microscopico, la distruzione di autonomia e la riduzione degli spazi che determinano la propria vita, mediante l'introduzione di protesi sempre più tecnologiche, con le logiche conseguenti, non può che dar luogo — in proporzione al grado di lobotomizzazione e di appiattimento che ognuno subisce — ad una disperazione feroce. La ruota del progresso gira sempre più rapidamente. Se un tempo erano necessarie diverse generazioni per le vaste trasformazioni della società, oggi, nello spazio di una sola generazione, sembra quasi di non far parte dello stesso mondo. Una tale impennata di velocità richiede una inaudita capacità di adattamento dell'essere umano e non manca di produrre a sua volta un’intera gamma di «difetti» funzionali al mondo nel suo complesso, ad esempio sotto forma di nevrosi o malanni fisici. E dato che l'essere umano non vive isolato sopra una cometa, abitando sul pianeta Terra, qualsiasi assetto del suo «habitat» ne influenza le possibilità e la capacità di riflettere, ma anche di sentire ed agire.

All'alba di una nuova era

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All'alba di una nuova era

«Uno degli aspetti di questa quarta rivoluzione industriale è che essa non cambierà ciò che stiamo facendo, ma cambierà noi»
Klaus Schwabb, fondatore e presidente del World Economic Forum (WEF), che ha appena pubblicato The Fourth Industrial Revolution, seguito da un'altra opera — in piena pandemia di Covid19, The Great Reset — in cui esorta ad approfittare della crisi sanitaria per accelerare la nascita dell'«economia 4.0»
 

Se si accetta la definizione di «rivoluzione» per indicare le trasformazioni dell'economia capitalista nel corso della sua storia, è ovviamente nel senso che certe trasformazioni hanno comportato un importante sconvolgimento nei rapporti di produzione, nelle relazioni sociali, nelle gerarchie della società, negli usi e costumi.

La tirannia della flessibilità

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La tirannia della flessibilità

«L'uomo moderno si è già spersonalizzato così profondamente da non essere più sufficientemente umano da tener testa alle sue macchine. L'uomo primitivo, affidandosi al potere della magia, confidava nella sua capacità di dirigere e controllare le forze naturali. L'uomo post-storico, avendo a disposizione le immense risorse della scienza, ha così poca fiducia in se stesso da essere disposto ad accettare la propria sostituzione, la propria estinzione, piuttosto di dover fermare le macchine o anche solo di farle girare ad una velocità inferiore»
Lewis Mumford, 1956
 
Riassumere un'epoca, descriverne i tratti generali e distintivi, penetrare nei rapporti sociali che la reggono è forse un'impresa impossibile. Potrebbe persino comportare — come spesso accade nelle opere di storici, antropologi, sociologi e compagnia — di pervenire ad un'approssimazione distorta, a genericità che prescindono dal reale rapporto tra società, comunità e individui. In altre parole, quando si parla della cultura di una data epoca si corre fortemente il rischio di lasciare nell'ombra gli individui che se ne distaccano, che se ne separano, che conducono o cercano di condurre un'altra vita, differente.

Medicalizzazione vita

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La medicalizzazione della vita

Ivan Illich

 

Fino a tempi non lontani la medicina si sforzava di valorizzare ciò che avviene in natura: favoriva la tendenza delle ferite a sanarsi, del sangue a coagularsi, dei batteri a farsi sopraffare dall'immunità naturale. Oggi invece essa cerca di materializzare i sogni della ragione. I contraccettivi orali, per esempio, vengono ordinati «per prevenire un evento normale nelle persone sane». Certe terapie inducono l'organismo a interagire con delle molecole o delle macchine in modi che non hanno precedenti nell'evoluzione. I trapianti implicano la completa obliterazione delle difese immunologiche programmate geneticamente. Perciò il collegamento fra il bene del malato e il successo dello specialista non si può dare per presupposto; ormai dev'essere dimostrato, e l'apporto netto della medicina al carico di malattia della collettività va calcolato dall'esterno della professione. Ma qualunque accusa contro la medicina per il danno clinico ch'essa provoca non è che il primo passo nell'incriminazione della medicina patogena. 

Critica del pensiero del rischio

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Critica del pensiero del rischio


Ivan Illich - Silja Samerski

Quello che segue è l’ultimo articolo di Ivan Illich (1926-2002), scritto a quattro mani con Silja Samerski. La mattina stessa della sua morte lo aveva rivisto, aggiungendovi alcune note. Nel corso delle settimane precedenti si erano incontrati regolarmente per pensare insieme quale fosse il modo migliore di descrivere la distruzione dell'esperienza concreta e sensuale del presente attraverso l'ossessione per il rischio statistico.
 


Circa una trentina di anni fa, il National Institute of Mental Health pubblicava uno studio attestante che un gran numero di consultazioni mediche si concludevano con la prescrizione di un derivato dal valium o di un altro tranquillante. All'epoca, questo articolo provocò un acceso dibattito sui danni iatrogeni di una simile anestesia di massa.

Incatenati alla corona

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Incatenati alla corona

«La tirannia più temibile non è quella che assume la forma di arbitrio, è quella che viene coperta dalla maschera della legalità»
A. Libertad, 1907

 
Con l'epidemia passeggera di Covid-19 che si propaga nel mondo e le drastiche misure che si susseguono le une dopo le altre dalla Cina all'Italia, una delle prime questioni che vengono in mente è chiedersi chi, fra la gallina dell'autorità e l'uovo della sottomissione, stia facendo attualmente i maggiori danni. Questa brusca accelerazione statale di controlli, divieti, chiusure, militarizzazione, obblighi, bombardamenti mediatici, zone rosse, definizione delle priorità dei morti e delle sofferenze, requisizioni, confinamenti di ogni genere — tipici di qualsiasi situazione di guerra o di catastrofe — non cade infatti dal cielo. Prospera su un terreno ampiamente arato dalle successive rinunce dei coraggiosi sudditi dello Stato ad ogni libertà formale in nome di una sicurezza illusoria, ma prospera anche sullo spossessamento generalizzato di ogni aspetto della nostra vita e sulla perdita della capacità autonoma degli individui di pensare un mondo completamente diverso da questo.


I polli preferiscono le gabbie

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I polli preferiscono le gabbie

Armand Farrachi
 
Ogni volta che il cuore o la ragione ci spingono ad indignarci per le crudeltà inflitte ad esseri senzienti per motivi che non hanno nulla a che fare con loro, economici, scientifici o politici, per fortuna c’è uno specialista, da qualche parte, che si alza in piedi per ristabilire la verità contro i pregiudizi. In mancanza di lavori approfonditi o di studi specialistici, gli ignoranti, gli stupidi o gli ingenui, per esempio, tendono a credere spontaneamente che un pollo, un semplice pollo, preferisca scorrazzare al sole, razzolare, sbattere le ali, appollaiarsi, piuttosto che muovere appena le zampe in una gabbia di ferro in cui mai s’avventura la luce del giorno. Per fortuna, però, gli scienziati, o meglio, «i membri della comunità scientifica», come amano definirsi, che hanno riflettuto sul problema con strumenti adeguati e metodi certi, sono qui per dire loro la verità.
Dopo «lunghi anni» di studi «relativamente sofisticati» sul comportamento «di diversi gruppi di polli», alcuni membri della comunità scientifica hanno constatato che quelli in semi-libertà manifestavano una tendenza all’aggressività e talvolta al cannibalismo, mentre quelli in gabbia si accontentavano di strapparsi le penne da soli.

Entrare nel vivo

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Entrare nel vivo

La realtà che ci circonda è vasta. La detestiamo, perché traspira oppressione e sfruttamento. L’aborriamo, perché malgrado tutte le teorie e tutte le spiegazioni, malgrado l'odio che auspichiamo feroce tra le classi, malgrado le mille spiegazioni fornite per giustificare non solo l’acquiescenza ma perfino l'adesione al potere di grandi masse di oppressi, siamo costretti a constatare — mandando all’aria le mille mistificazioni vittimiste — che questa realtà è in gran parte il risultato della servitù volontaria. A partire da questo, abbiamo davanti due strade. O rinunciamo a qualsiasi interazione con questa realtà, cercando di forgiarci una vita — l'unica che abbiamo — che valga ancora la pena d’essere vissuta… sarebbe comprensibile. Oppure cerchiamo di interagire con questa realtà, affrontandola con le nostre idee e i nostri desideri sovversivi, col rischio di venire fagocitati da essa e di finire per unirci alla grande marcia funebre dell'umanità.

Alla ricerca di risorse oscure

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Alla ricerca di risorse oscure

Sappiamo tutti che la disoccupazione non sarà mai soppressa. Gli affari vanno male? Si licenzia. Gli affari vanno bene? Si investe nell’automazione e si licenzia. Una volta ci volevano i lavoratori perché ci fosse lavoro, oggi ci vuole il lavoro affinché ci siano lavoratori. Ma nessuno sa cosa farci, le macchine lavorano più in fretta e costano meno. L’automazione è sempre stato il sogno dell’umanità, se già duemilatrecento anni fa Aristotele affermava: «Se ogni utensile potesse eseguire senza comando, da solo, le sue operazioni, se per esempio le spole dei tessitori tessessero da sole, il capofficina non avrebbe più bisogno di aiuti, né il padrone di schiavi». 
Oggi questo sogno si è realizzato ma è diventato un incubo per tutti, perché i rapporti sociali non sono progrediti come la tecnica, ma semmai sono regrediti grazie alla tecnica. E questo processo è irreversibile: mai più i lavoratori verranno a sostituire i robot. Inoltre, laddove il lavoro «umano» è ancora indispensabile, lo si delocalizza verso paesi con salari più bassi, oppure si importano immigrati sottopagati per farlo, in una spirale discendente che solo la restaurazione della schiavitù potrebbe fermare. Tutti lo sanno, ma nessuno può dirlo. Ufficialmente, è sempre «la lotta contro la disoccupazione» a tenere banco. Si traffica in statistiche, si «tengono occupati» i disoccupati nel senso militare della parola, si moltiplicano noiosi controlli. E siccome, malgrado tutto, simile misure non possono bastare, si aggiunge una losca morale affermando che i disoccupati sarebbero responsabili della propria sorte, esigendo da loro una ricerca attiva d’impiego. Il tutto per costringere la realtà a rientrare nel modello della propaganda. 

Radiografia di un avvenimento

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Radiografia di un avvenimento

Alfredo M. Bonanno
 
Nella società post-industriale un avvenimento non si presenta mai come un oggetto esterno e chiuso in se stesso, di cui si sappia qualcosa e quindi di cui si possa dire qualcosa.
In sostanza l’elaborazione di un linguaggio sufficientemente critico in grado di parlare di un determinato avvenimento, nelle condizioni attuali, non è possibile. Qui sto provando a farlo, possiedo un linguaggio affinato in un ventennio di esercitazioni politiche e sociali, ma non posso dirmi effettivamente certo di possedere uno strumento adeguato a parlare di un avvenimento come quello che per comodità d’intendere posso anch’io chiamare “mani pulite”. In effetti l’uso di un linguaggio diverso dovrebbe consentirmi di accedere a conclusioni diverse, ed è proprio quello che voglio fare, ma le mie parole rinviano ad una ridondanza complessiva che è quella dell’ascolto quotidiano, per cui esse attraversano una infinità di altre scritture, e quindi di altre letture, dove si ripercuotono fino ad estinguersi nel proprio significato originario.
Dovrei potermi mettere sulle tracce del motivo generatore, del tratto fondamentale dell’avvenimento, insomma pervenire alle sue radici. Ma come fare?
Come superare l’enorme barriera continuamente crescente delle parole?
E quando fossi in grado di individuare l’etimo nascosto dell’avvenimento, come garantirmi che quell’intuizione non mi sfugga di mano diventando incomprensibile a causa del movimento stesso delle chiacchiere che continuano a prodursi?

Morale e tecnica

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Morale e tecnica

Jacques Ellul
 
Porre la questione relativa ad «Etica e tecnica» significa porre una questione fondamentale per chi ritiene che l'etica, i valori morali e un certo futuro dell'uomo siano importanti, ma questa non mi sembra affatto una ovvietà universale!
Penso che in ogni caso ci sia un modo sbagliato di porre il problema, una maniera tradizionale, ovvero: «Nelle sue applicazioni concrete, la tecnica solleva un certo numero di problemi morali a cui si deve cercare di rispondere». Quindi vi è l’eutanasia, la logica elettronica, il linguaggio non umano, la sopravvivenza artificiale, le manipolazioni psicologiche e genetiche e così via.
In altre parole, quando si solleva il problema in questo modo si mantiene una doppia stabilità. Una prima stabilità: il nostro mondo è quello che è sempre stato, semplicemente c'è in più anche la tecnica che si è aggiunta e che bisogna quindi considerare a parte; e poi vi è una seconda stabilità: anche la morale resta la stessa di prima, con le sue strutture tradizionali, un'etica generale e un'etica speciale (da un lato i fondamenti dell’etica, i valori, e dall’altro le questioni concrete della ricerca di una soluzione per queste questioni concrete).

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