Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Tecnologia, incubi e poesia

Brulotti

Tecnologia, incubi e poesia

 
Scienza e tecnologia, due tentacoli che misurano il mondo. Difficile scappare dai loro ragionamenti, dalla loro neolingua, dalla loro configurazione della vita sulla terra. Esse non sono nate per caso. La loro mannaia sulle esistenze – fra becero scientismo, progresso tecnico e regresso emozionale – fissa ciò che ci circonda in due momenti ben precisi, l’uno inscindibile dall’altro: la nascita del mercato e il passaggio in cui lo Stato diviene l’unica organizzazione sociale esistente. 
Senza l’avanzamento tecnico, il commercio della coltivazione delle terre non avrebbe fatto balzi da gigante nella storia dello sfruttamento terreste. Senza tecnologia, le prime macchine industriali non avrebbero trasformato la produzione nell’unico modo concesso di esistere – egemonizzando lo spazio e devastando il tempo – con la conseguenza della creazione di enormi agglomerati urbani sostenuti da una miriade di infrastrutture come ferrovie, miniere e gallerie. Dalla campagna alla città, la parola d’ordine rimane sfruttare il più possibile, per permettere a pochi cialtroni di mantenere i propri privilegi e ad altri in ascesa di acquisirne di nuovi.

Un sussurro

Brulotti

Un sussurro da nessun luogo

 
«Ritorno alla vecchia normalità!», implorano i reazionari nostalgici. Come sempre interessati a salvarsi il culo e a chiudere a chiave la propria porta il più in fretta possibile.
«Avanti verso una nuova normalità!», predicano i liberali della cibernetica. Piccoli collaboratori di Stato risvegliati, sempre animati di buone intenzioni...
E i potenti cosa fanno? Sono divisi, unanimi, esitanti, determinati, totalitari, ragionevoli, scientifici, religiosi... La tavolozza è infinita ma illustra comunque la stessa cosa: agiscono secondo la massima della conservazione del potere. Sempre ed esclusivamente a tale scopo.
Disquisire fra «vecchia» e «nuova», o in altre parole di come vogliamo essere amministrati e tenuti al guinzaglio, non è questione che possa interessare gli individui che aspirano all'autodeterminazione. Come possiamo opporci al diktat delle leggi e dei loro valori, come sabotarlo col pensiero e con la dinamite e aprire così una breccia per qualcosa di nuovo — ecco una musica per le orecchie di chi è in cerca di terra sotto l'asfalto.

A bassa voce

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A bassa voce

Attaccare. Lo Stato e i suoi alleati occasionali a tratti sconcertanti che raccomandavano di autorecludersi in massa nel nome del bene comune mentre il dominio si dava carta bianca, ci sono rimasti male. Sia in periferia, dove gli scontri con la polizia non si sono fermati — con incendi di telecamere, di volanti e di edifici istituzionali —, che durante le passeggiate al chiaro di luna che hanno provocato un po’ dovunque la distruzione di decine di strutture di telecomunicazione, questi 55 giorni di confinamento nell’esagono sono stati anche contrassegnati da una certa conflittualità. Non quella di manifestanti che rivendicano un cambiamento dall'alto, ma quella di piccoli gruppi mobili che agiscono direttamente senza aspettarsi né chiedere nulla a nessuno, prendendo di mira due pilastri indispensabili a questo mondo: gli sbirri e i gendarmi garanti di un ordine spietato, e le reti di dati che gli consentono di funzionare in ogni circostanza (dal telelavoro alla telescolastica, dall'economia alla telegiustizia). Se già si sapeva che la guerra sociale non conosce tregua, è rimarchevole che alcuni ribelli e rivoluzionari non abbiano ceduto al ricatto volto alla pacificazione...

Scusa, hai da accendere?

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Scusa, hai da accendere?

Se fino allo scorso secolo l'essere umano era pronto a combattere e a morire pur di strappare e difendere la propria libertà, oggi è pronto a rinunciarvi pur di sopravvivere. Pronto ad accettare di uscire di casa solo umiliandosi con una auto-certificazione scritta. Pronto ad accettare di venire controllato in ogni minimo spostamento. Pronto ad accettare di rendere conto di ogni sua decisione. Pronto ad accettare di venire sorvegliato da droni, di venire «tracciato» da dispositivi elettronici, di venire marchiato con vaccini o microchip... Ecco cosa è diventata la specie umana.
Non stupisce perciò molto la notizia dell'ennesima retata di anarchici, scattata lo scorso 14 maggio su ordine della Procura di Bologna. Anche questa volta gli inquirenti non hanno mancato di ostentare una becera sincerità sul conto delle loro motivazioni. Se un anno fa non si facevano scrupoli nel dichiarare che per finire nel loro mirino basta che qualcun altro esprima in casa propria un pensiero loro sgradito, oggi — dopo aver tranquillamente precisato che solo uno dei dodici inquisiti (sette dei quali arrestati) è ritenuto responsabile del principale reato specifico perseguito — finiscono il loro comunicato stampa con queste parole...

La bell’arte del sabotaggio

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La bell’arte del sabotaggio

 

Tra gli idioti della rete che vedono il capitalismo e lo Stato unicamente sotto forma di grandi figure mediatiche o di oscuri interessi che governerebbero il mondo, e gli sciocchi felici del movimento rrrivoluzionario incapaci di comprendere che una relazione sociale s’incarna anche negli uomini e nelle strutture del dominio all'angolo della strada, stiamo assistendo a una vera e propria gara a chi la spara più grossa. Alcuni s’inventano dei cattivoni capri espiatori, distanti e caricaturali il più possibile, mentre altri fanno acquisire coscienza dei bisogni primari o documentano i minimi recessi intricati della miseria e dell'oppressione del momento.
Non sorprende quindi che molti di loro non sappiano offrire altro che un imbarazzato silenzio di fronte alla moltiplicazione di attacchi che stanno colpendo alcune strutture del potere, soprattutto di telecomunicazione, in pieno confinamento.

Nessuna normalità

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Nessuna normalità

«Mai visto in vent'anni», ha dichiarato lo scorso mercoledì 6 maggio un alto dirigente di una delle principali compagnie telefoniche francesi. A cosa si riferiva? Al panico nazionale scatenato in questo periodo di pandemia, al profitto che la propria azienda ricaverà grazie al confinamento che da settimane costringe milioni di utenti a stare incollati ai dispositivi elettronici, al crollo del livello di inquinamento dell'aria dovuto alla quarantena...? No, si riferiva a tutt'altro: al sabotaggio avvenuto il giorno precedente nell’Île-de-France, la regione in cui si trova la capitale del paese con i suoi ministeri politici e le sue sedi centrali finanziarie ed economiche. Un sabotaggio definito «intenzionale e su larga scala», avvenuto per di più solo 48 ore dopo che un giornale parigino aveva lanciato il pubblico allarme sulla «ripresa dell'azione diretta» in tutto l'esagono contro le (infra)strutture del dominio. 
La misura del confinamento, proclamata lo scorso 17 marzo dal governo francese per arginare la pandemia, non è infatti servita a fermare l'offensiva — di logoramento, si potrebbe dire — che da anni è in corso su tutto il territorio contro il potere. Da nord a sud, da est ad ovest, sono centinaia e centinaia gli attacchi avvenuti nel recente passato non solo contro caserme, banche ed imprese, ma anche e soprattutto contro i mezzi tecnici che permettono il normale funzionamento di questo mondo: tralicci, ripetitori, parchi eolici, antenne, centrali elettriche e centraline di ogni tipo...

L’Influenza

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L’Influenza

Charles de Brhay
 
Passa un soffio, carico di pestilenza.
Le case vengono sigillate; i lumi diventano incandescenti; per la strada i passanti, col bavero rialzato, infagottati, la testa bassa, si affrettano ansiosi di non fare il brutto incontro.
E se fosse là, dietro l’angolo, rannicchiata in un cantuccio, la misteriosa assassina che porta con sé la grippe, la bronchite, la polmonite, la tisi?

Quarantena o morte!?

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Quarantena o morte!?

«Le malattie infettive sono un argomento triste e terribile, certo, 
ma in condizioni ordinarie sono eventi naturali,
come un leone che sbrana uno gnu o un gufo che ghermisce un topo»
David Quammen, Spillover, 2012
 
O come un terremoto che fa tremare il suolo, o come uno tsunami che sommerge le coste. Laddove non provocano vittime, o quasi, questi fenomeni non vengono nemmeno notati. È solo quando il macabro conteggio comincia a salire che cessano di essere considerati eventi naturali per diventare immani tragedie. Ed assumono contorni terribili e insopportabili soprattutto quando si verificano sotto i nostri occhi, qui ed ora, non in un continente o in un passato lontani facili da ignorare.
Ora, quand'è che questi eventi di per sé naturali seminano la morte?

Il Furto

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Il Furto

Se consideriamo l’antichità, notiamo che il furto era permesso, ricompensato in tutte le repubbliche della Grecia; Sparta o Lacedemone lo favoriva apertamente. Qualche altro popolo lo considerava una virtù bellica. È certo che alimenta il coraggio, la forza, l’astuzia, insomma tutte le virtù utili ad un regime repubblicano e quindi anche al nostro. 

A questo punto oso domandare, senza nessuna parzialità, se il furto, il cui effetto è quello di livellare le ricchezze, possa essere un gran male in un regime che ha come fine l’uguaglianza. No, senza dubbio; giacché, se da una parte mantiene l’uguaglianza, dall’altra rende più vigili nella custodia dei propri beni. 
Esisteva un popolo che puniva non il ladro, ma chi si era lasciato derubare, affinché imparasse a difendere le sue proprietà. Questo ci conduce a riflessioni più ampie. Dio non voglia che io sembri qui combattere o distruggere il giuramento di rispetto della proprietà, appena pronunciato dalla nazione, ma mi sarà permessa qualche osservazione sull’ingiustizia di questo giuramento?

Pensiero stupendo

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Pensiero stupendo

Un fatto di cronaca locale. Non si sa quando, non si sa chi, non si sa perché, si sa solo dove. E ciò basta per aprire il cuore, anche se ciò che è successo pare non abbia avuto molto successo. Ma, come si sa, in certe cose è il pensiero che conta.

Un pensiero come quello che lo scorso fine settimana qualcuno ha lasciato sul muro di cinta di una ditta, alla periferia di Lecce. Non era un manifesto, né una scritta, no, era una pentola piena di benzina con attaccate un paio di bombolette di gas, il tutto corredato da un innesco rudimentale forse difettoso. Una grande fiammata c'è stata, l'esplosione no. Nel darne notizia, gli organi di informazione locali non sanno specificare quando ciò sia avvenuto. Boh, tra venerdì 24 aprile sera a lunedì 27 aprile mattina? Non dicono nemmeno chi possa essere stato, e per quale motivo. Boh, un atto di intimidazione o di ritorsione da parte di qualche malavitoso o squilibrato? In compenso sono stati molto precisi sul dove si sia verificato: in via del Platano 7, nel rione Castromediano, sede della Parsec 3.26. 
Ma di cosa si occupa codesta Parsec 3.26? È un'azienda informatica specializzata in tecnologie digitali per la pubblica amministrazione. Ad esempio, ha creato il software usato dalla polizia e dalle banche per il riconoscimento facciale di chi viene ripreso dalle telecamere di videosorveglianza. Ah, tutto qui?

Disarmare

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Disarmare

Gli Stati si armano. Anzi, sviluppano e moltiplicano i loro armamenti da guerra. La guerra si prepara nella pace. Le nazioni attualmente sono in stato di pace. Ma la pace apparente d’oggi è molto più pericolosa e minacciosa della guerra di ieri. È un periodo di pace in cui non si pensa e non si lavora che per scatenare e potenziare la prossima guerra. Tutti gli Stati vogliono e preparano la guerra. Tutti i governanti e tutti i militarismi pensano alla guerra. A che servirebbero gli eserciti se non si dovessero fare più guerre? Tutti i popoli lavorano febbrilmente per la guerra. 
A chi è utile la guerra? Alle dinastie, alle caste militari, ai finanzieri, ai capitalisti, ai fornitori.
A chi è dannosa la guerra? Al proletariato, ai lavoratori tutti. Ma chi arma la guerra è il proletariato.

Ad alta voce

Brulotti

Ad alta voce

Altrove. Pandemia globale e accettazione sociale. Nessun Gran Confinamento nei Paesi Bassi, in Svezia e in Germania. Autodisciplina? Scienziati lunatici? Chiari interessi economici di fronte alla Cina o agli Stati Uniti che non si sono affatto fermati? Tanto meno un Gran Confinamento prolungato in altri continenti, dove la sopravvivenza nell'economia informale non è sufficientemente garantita dalle briciole statali. Là c'è il coprifuoco di notte o dal pomeriggio ma si lascia sopravvivere di giorno, là si cerca di confinare alternando, una settimana su due, uomini o donne, prima una zona poi un'altra... Là come dappertutto lo Stato improvvisa senza dirlo, militarizza per mantenere il potere, scientifizza come gli viene, propaganda per indorare la pillola. Spettri di moti per fame. Spettri di guerre civili. Gestione autoritaria pragmatica che si adatta in base alla resistenza che pensa di trovarsi davanti. Là come qui, d'altronde.

(Non) Ci sono paragoni?

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(Non) Ci sono paragoni?

«Tra l'11 giugno 1940 e il 1 maggio 1945, durante la seconda guerra mondiale, a Milano persero la vita sotto i bombardamenti 2 mila civili, in 5 anni; per il coronavirus, in due mesi, in Lombardia ci hanno lasciato 11.851 civili, 5 volte di più... Un riferimento numerico clamoroso»
Domenico Arcuri, 18 aprile 2020
 
In effetti, ha proprio ragione. Il riferimento numerico avanzato ieri mattina dal commissario all'emergenza è davvero clamoroso. Pure noi ne siamo rimasti impressionati. Va da sé che lo scopo del funzionario, come dei vari mass-media che ne hanno ripreso ed amplificato le parole, è solo quello di aggiungere paglia sul fuoco della retorica bellica con cui il governo intende raggiungere un'unità nazionale altrimenti impensabile. Ma questo confronto fra i bombardamenti del passato e la pandemia del presente è interessante da molti punti di vista, oseremmo quasi dire rivelatore. Ecco perché vale la pena soffermarvisi un attimo. Ma solo un attimo, sia chiaro. Sul bordo del baratro, troppe vertigini potrebbero fare male. 

Lo Stato con la mascherina

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Lo Stato con la mascherina

Miguel Amorós
 
Il nemico pubblico designato dal sistema è l'individuo disobbediente, l'indisciplinato che ignora gli ordini unilaterali impartiti dall'alto e rifiuta il confinamento, che non accetta di restare in ospedale e non mantiene le distanze. Colui che non è d'accordo con la versione ufficiale e che non crede alle sue cifre. È ovvio che nessuno rimprovererà ai responsabili di aver lasciato il personale sanitario e curante senza dispositivi di protezione e gli ospedali con un numero insufficiente di letti e di unità di terapia intensiva, né ai pezzi grossi di essere responsabili della mancanza di test diagnostici e di respiratori, né ai dirigenti amministrativi di aver trascurato gli anziani nelle case di riposo. Non verrà puntato il dito nemmeno contro gli esperti della disinformazione, o gli uomini d'affari che speculano sulle serrate, o gli assicuratori avvoltoi, o coloro che hanno beneficiato dello smantellamento della sanità pubblica o che commerciano con la salute e le multinazionali farmaceutiche... L'attenzione sarà sempre deviata, o meglio telecomandata verso altri aspetti: l'interpretazione ottimistica delle statistiche, l’occultamento delle contraddizioni, i messaggi governativi paternalistici, l'istigazione sorridente alla docilità da parte dei personaggi dei media, i commenti umoristici delle banalità che circolano sui social network, la carta igienica, ecc. L'obiettivo è che la crisi sanitaria sia compensata da un livello più elevato di addomesticamento. Che il lavoro dei dirigenti non venga messo in discussione per un nonnulla. Che si sopporti il male e che s'ignorino coloro che l’hanno scatenato.

Eterno apprendistato

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Eterno apprendistato

«Su tutti i piani: politico, morale, spirituale, materiale,
si sperimenterà ciò che c’è dietro il progresso: la morte.
Che sfida!
O l'Auschwitz della natura
O la Stalingrado dell'industria
Ogni predica è inutile. Il progresso si fermerà solo da sé,
grazie alle catastrofi che provocherà»
 
Così scriveva a metà degli anni 70 un poeta svizzero, il cui nome non compare nella lista dei precursori della pedagogia delle catastrofi tanto cara ai sostenitori della Decrescita. Il loro indiscusso maestro Serge Latouche si è sempre dichiarato ottimista a proposito della capacità dei disastri di risvegliare la coscienza; sì... ma quale?

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