Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Un'arte antica

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Un'arte antica

 

«A dirla in breve, tutti i Numi aborro»
Eschilo, Prometeo incatenato
 

Molti secoli dopo la tragedia di Eschilo, il figlio di un contadino scozzese si imbatté in un fenomeno che il Prometeo della leggenda non avrebbe rinnegato: il fuoco, come conoscenza e come arte. Venuto ad annettere alla Corona britannica le isole del Sud Pacifico, James Cook descrisse così nel suo diario la visione che gli apparve quando raggiunse le coste australiane nel 1770: «Ovunque siamo, vediamo fumo durante il giorno ed incendi di notte... Quel continente è un continente di fumo». Questa arte del fuoco abilmente gestita dagli aborigeni consentiva loro di coltivare terre aride (con la tecnica agricola del debbio), di favorire certe sostanze che attirano le prede, di formare boschi aperti o mantenere praterie erbose che favorivano la caccia. Ogni giorno, centinaia di fuochi aborigeni mantenevano ciclicamente un paesaggio a mosaico che alternava campi, praterie e foreste aperte.

Speranza

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Speranza

Albert Soubervielle
 
Noi ci culliamo — talora inebriandoci — con fallaci parole che rappresentano solo vaghe astrazioni.
Pretendiamo che la speranza sia il nostro sostegno, se non la nostra guida, nell'aspra lotta che conduciamo nel corso della nostra effimera esistenza.
E coloro che considerano la speranza una chimera a volte sono solo disillusi che, dopo molte speranze infrante, dubitano di tutto e di se stessi.

Stato è violenza

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Stato è violenza

Jacques Ellul
 
Ho dimostrato a lungo altrove che ogni Stato è fondato e sussiste unicamente sulla e attraverso la violenza. Mi rifiuto di fare la classica distinzione tra forza e violenza. I giuristi hanno inventato che la «forza» è quella dello Stato quando usa la coercizione e persino la brutalità, mentre solo individui o gruppi non statali (sindacati, partiti) userebbero la violenza: è una distinzione totalmente ingiustificata. Lo Stato si istituisce attraverso la violenza: rivoluzioni americana e francese, Stati comunisti, Stato franchista, ecc. C'è sempre una violenza in principio e lo Stato diventa legittimo quando gli altri Stati lo riconoscono (so che non è il criterio abituale di legittimità, ma è l'unico serio!).

Il capitalista

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Il capitalista

Arthur Arnould
 
Quando si osserva il complesso della società attuale, sbarazzandola di tutti gli elementi artificiali creati dalle forme politiche e governanti, si constata che realmente non vi sono che due classi di uomini: i capitalisti — i detentori cioè del capitale sociale, in tutte le sue forme (terra, materie prime, utensili, macchine, merci scambiabili (1), ecc.); e i non-capitalisti — ossia coloro, che non posseggono che la loro persona, o forza di lavoro, intellettuale e muscolare, — in una parola, i salariati.
Qualunque altra classificazione è arbitraria, fittizia o accidentale.
Per giustificare questo stato di cose, gli economisti borghesi rispondono, che ciò è il risultato della libertà del lavoro — principio essenziale, che non si può violare sotto pena di uccidere il lavoro stesso e ritornare alla barbarie.
Vi domandate subito se questa «libertà del lavoro» che ha per risultato di spogliare gli uni a profitto degli altri, e di condurre alla concentrazione delle ricchezze prodotte dal lavoro di tutti, nelle mani di un piccolo numero di persone, rassomiglia allora alla «libertà di brigantaggio», poiché le sue conseguenze sono esattamente le stesse.

Collassologia

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Collassologia: un discorso reazionario?

Jean-Baptiste Fressoz
 
Il tema del tracollo della civiltà industriale, molto presente a partire dagli anni 70, ritorna oggi alla ribalta. Dalla pubblicazione del best-seller Collapse di Jared Diamond nel 2005 (Collasso, Einaudi), è tutto un susseguirsi di nuovi saggi, articoli e conferenze, che predicono un «crollo» a breve termine delle grandi strutture produttive e politiche del mondo industriale. Questa moda del collasso — alla quale non si riduce il pensiero ecologico contemporaneo — è ovviamente legata alla crisi ambientale: la sesta estinzione delle specie, il prevedibile riscaldamento di 3°C nel 2100 e, più in generale, lo sconvolgimento dei cicli biogeochimici, in breve, ciò che gli scienziati del sistema Terra chiamano «antropocene». Ma «crollo» è la parola giusta? È il modo giusto di descrivere e quindi di pensare ciò che sta accadendo? Senza esprimere un’opinione definitiva, vi intravedo perlomeno quattro problemi.

A cattiva società, cattiva energia

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A cattiva società, cattiva energia

 

A quanto pare non tutti i militanti della CGT (il più grande sindacato francese) hanno dimenticato il vecchio Émile Pouget, l’anarchico che 123 anni or sono riuscì a far adottare dalla loro organizzazione il sabotaggio come strumento d’azione contro il padronato. Fu lui difatti l’artefice della mozione presentata ed approvata al Congresso Confederale di Tolosa, nel 1897, che sanciva: «Ogni volta che scoppierà un conflitto tra padroni ed operai, sia che il conflitto sia provocato da esigenze padronali, sia che sia provocato dall’iniziativa operaia, nel caso in cui risulterà che lo sciopero non dia i risultati voluti dai lavoratori, questi ultimi applichino il boicottaggio od il sabotaggio — o entrambi contemporaneamente». 
Ebbene, martedì scorso, 17 dicembre, le idee di Pouget si sono scrollate di dosso la polvere degli archivi per tornare a respirare un po' d'aria fresca. Durante il tredicesimo giorno di sciopero generale dei trasporti, indetto per protestare contro la prevista riforma delle pensioni voluta dal governo Macron, una serie di black-out ha paralizzato le attività in molti edifici in tutto il paese.

Prostituzioni

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Prostituzioni

«Onore a quelle che preferiscono eroicamente la morte all’infame prostituzione… Il mio cuore di donna le glorifica. Ovviamente comprendo che una donna abbia un amico o dieci amici, se ciò le aggrada. Ma concedersi senza desiderio, per un pezzo di pane… commercio odioso che la stessa scusa dell’amore materno non può purificare»
Libertaire, 29 luglio
 
È in un articolo le cui idee in generale mi sembrano eccellenti, che Félicie Numietska scrive questo paragrafo.
Che questa compagna non provi il desiderio di andare ad offrire il suo corpo al passante in fregola, che la maggior parte delle donne la pensi alla stessa maniera, lo capisco molto facilmente.
Ma, che pensare dell’idea di stare piegate dodici o quindici ore a cucire, di andare a sfinirsi in laboratori malsani dove per due o tre franchi le donne stirano, cuciono, battono a macchina, inscatolano zucchero o dolci in stanzoni senz’aria e con una temperatura pari a quella di una serra…
Non è prostituire le proprie braccia? Non è prostituire la propria forza, la propria salute, la propria gioventù? Dedicare ore ed ore a simili lavori non è prostituirsi del tutto?
E non è prostituire il proprio cervello insegnare ai bambini cose notoriamente false, scrivere libri ed articoli non per la gioia di diffondere le proprie idee, ma per guadagnare denaro?

Apocalissi e ragion di Stato

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Apocalissi e ragion di Stato

Nicola Chiaromonte
 
Ma la bomba era stata fabbricata per conto di uno Stato, ed era normale che le ragioni di Stato prevalessero: avevano anch’esse una loro logica, che era la logica dei risultati immediati.
Nell’immediato, quel che occorreva era la certezza dell’efficacia massima, e questa non si poteva avere che servendosi della bomba sul serio. Poi si sarebbe visto.
Quel che si è visto è la prosecuzione meccanica della logica della ragion di Stato, la logica dell’immediato e dell’efficacia. Si è arrivati a una situazione, la presente, in cui la decisione se usare o no le armi assolute finisce col dipendere non da una decisione umana, ma da un calcolo elettronico delle probabilità più o meno grandi che una certa situazione individuata da certe macchine sia quella in cui un certo Stato, essendo minacciato di morte imminente, non ha altra scelta che scatenare sull’avversario la medesima minaccia. 
Non si sapeva dove si andava nel 1945, lo si sa sempre meno oggi.

Lettera sul fronte unico

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Lettera sul fronte unico

Paolo Schicchi
 
Né a scusare le vostre canagliate vale menomamente il pretesto del «fronte unico antifascista» collo scopo precipuo di abbattere il più presto possibile il teschio di morto. Lo so bene che voi venite fuori colla vecchia e rancida massima di tutti i ribaldi e di tutti i gesuiti: il fine giustifica i mezzi, che è anche un'insegna essenzialmente fascista. Ma nel caso vostro tale massima non regge nemmeno per delle ragioni semplicissime, che anche un caporale di deposito capirebbe.
Innanzitutto la qualificazione di «fronte unico» qui è sbagliata, trattandosi di vero e proprio «esercito unico» e non soltanto di fronte.
Ma passi pure il fronte unico. Questo presuppone, oltre il nemico comune, comunanza d'intenti e di mezzi, unità di metodo e di condotta, volontà unica, ecc. Ora tutti sanno che per molte ragioni nemmeno nell'ultima grande guerra fu possibile il fronte unico. Anzi può dirsi che fino all'ultima fase, non era stato possibile nemmeno dentro i confini della Francia; nella stessa guisa in cui non fu mai possibile in alcuna delle grandi guerre passate, per le stessissime ragioni.

Respingiamo la servitù

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Respingiamo la servitù

 



«... Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta»
Dante
 

A dire il vero, noi non siamo «furiosi della libertà», ma amanti della libertà, che consideriamo la prima condizione di vita. Tutti i doni, i beni, i mezzi, le forze, i talenti, le abilità, contano solo quando siamo liberi di servircene. Se ci viene impedito di usarli, o se siamo costretti ad impiegarli soprattutto a beneficio di un padrone, la nostra vita ne risulterà sminuita. Questo è il motivo per cui rimaniamo fedeli all'idea di libertà in tutti gli ambiti e ci piace definirci libertari.

Biglietti da visita

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Biglietti da visita

 

Si sa che uno dei biglietti da visita lasciati dalle insurrezioni nella storia è la possibilità di partire da un pretesto banale, facendo esplodere in modo inaspettato le contraddizioni sociali che fremono da troppo tempo.
Non è forse stata nel dicembre 2010 l'autoimmolazione di un giovane venditore ambulante tunisino, stanco delle vessazioni poliziesche in una vita di miseria, ad aver dato fuoco alle polveri della cosiddetta primavera araba, per poi incendiare la Tunisia e l’Egitto, passando per la Libia e la Siria?
E non è stata una disputa a proposito di cannoni pagati tramite sottoscrizione popolare durante una guerra persa la scintilla che ha provocato l'insurrezione della Comune di Parigi nel marzo 1871, spalancando un ardente immaginario fino ai giorni nostri?

Il silenzio e il baccano

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Il silenzio e il baccano

Si sa, un fatto diviene tale quando viene evocato in maniera perentoria. Nel mondo informatizzato, ad esser più “cliccato” è quel che succede nella realtà artefatta. Questo fa sì che, per esempio, qualora avvengano degli incendi sulla linea dell'alta velocità, possano essere narrati in modi differenti. Se ha avuto un certo clamore quello sviluppatosi a Rovezzano (Firenze) qualche tempo fa, non si può dire che sia accaduto altrettanto con quello del 6 novembre dalle parti di Roma, quando un fuoco divampato in una cabina elettrica nelle vicinanze della stazione Tiburtina ha rallentato fino a tarda mattinata gli spostamenti su rotaia, paralizzando per qualche ora la mobilità lavorativa. Senza contare che proprio per quel giorno era previsto uno sciopero dei benzinai: inutile spiegare come la mancanza di carburante nel mondo delle macchine rischi seriamente di intralciare la quotidianità di tanti lavoratori-consumatori.

Abbiamo letto che qualcuno aveva subito ipotizzato il dolo per l'incendio vicino alla stazione romana, ma indubbiamente non c’è stato il rimbombo mediatico dell'incendio avvenuto qualche tempo prima a Firenze, così come vengono coperti tanti piccoli e grandi black-out o blocchi di trasporti che stanno avvenendo un po’ dovunque in Italia.

Perché è così difficile?

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Perché è così difficile?

Rompere il legame con l’abusatore
 
Alcuni sopravviventi sono stupefatti e frastornati in prima persona per i sentimenti confusi e ambivalenti che provano per chi ha usato loro violenza. Perché questo accade? Perché una donna abusata dal padre lascia che sia lui ad accompagnarla all’altare il giorno del matrimonio? Perché una donna maltrattata dal marito continua a vivere sotto lo stesso tetto? Perché un operaio sfruttato continua a recarsi sul posto di lavoro, mantenendo così il suo padrone? Perché un cittadino abusato e tradito regolarmente da qualsiasi partito si presenta alle urne il giorno delle elezioni? Ecco alcune delle ragioni che vengono solitamente date.

Devono andar giù

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Devono andar giù

Notte di sabotaggi contro l'industria eolica
 
Nella notte fra domenica 3 novembre e lunedì 4, abbiamo attaccato 10 piloni eolici posti nella regione francese orientale. Ne sono crollati 6 e 3 sono rimasti danneggiati e non ancora caduti (sorpreeesa!). Questi apparati di misurazione arrivano a 100 metri d’altezza, sono tutti in metallo, hanno cavi su ogni lato allineati su tre assi per garantirne la stabilità, che quando si tranciano fa BADABUM. Inoltre, ciò che è fantastico è che sono situati in campagna e spesso ben isolati... 
Per sezionare i cavi d'acciaio puoi tagliare tutti i fili con un tronchese o una grossa tenaglia (o qualsiasi cosa tu ritenga appropriato che sta nella tua cassetta degli attrezzi) procedendo dal più distante al più vicino al palo fino a quando tutto piomba al suolo (di solito dopo 3 o 4 cavi tranciati). Tagliali tutti dalla stessa parte perché il pilone cadrà nella direzione opposta (fatti furbo, pensaci prima in quale direzione vuoi scappare). Armati di coraggio perché a seconda delle dimensioni dei cavi devi lavorar sodo. Non esitare ad allontanarti quando cade perché farà un bel botto! (è indubbiamente divertente ma è altrettanto impressionante).

Lontano dagli occhi...

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Lontano dagli occhi, vicino al cuore

Nella notte fra domenica 3 e lunedì 4 novembre è capitato qualcosa ad una linea elettrica d'alta tensione di La Spezia. Un trasformatore, in cui arrivava corrente a 130000 volt, è andato in tilt provocando un black-out che è durato molto più del previsto. Il trasformatore infatti è risultato talmente danneggiato da dover essere sostituito, e si sa come vanno queste cose: bisogna fare arrivare un altro trasformatore, allacciarlo, testarlo… Un vero danno per chi produce in quell’area, rimasto a secco di energia. Ad esempio,180 operai della Termomeccanica sono stati costretti per un paio di giorni a non poter fare il loro onesto lavoro: costruire pompe e compressori. Anche peggio è andata ai 960 lavoratori della ex Oto-Melara (oggi Leonardo), i quali sono stati costretti per ben tre giorni a non poter prestare la propria opera per fabbricare i prodotti che hanno reso celebre la “loro” azienda in tutto il mondo: cannoni, carri armati e altre macchine di morte.

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