Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Siamo stati noi...

Brulotti

Siamo stati noi, ma non siamo Stato noi

 

Siamo stati noi.

Siamo stati noi perché vogliamo gioire quando le Poste, parte della macchina delle deportazioni, vengono sabotate ardentemente.

Siamo stati noi perché vogliamo provare felicità incommensurabile quando dei prigionieri danno fuoco alla loro gabbia, che si chiami CPR o carcere.

Siamo stati noi perché vogliamo godere quando le sedi della Lega vengono attaccate come ad Ala e altrove, quando viene azzoppato un ingegnere della morte del nucleare e colpite le strutture di ricerca militare o quando saltano le sedi fasciste come a Firenze, compresa la mano e l'occhio di chi le protegge.

Due più tre uguale undici

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Due più tre uguale undici

«Me se loro hanno tanto osato, voi avete tutto permesso. 
Più l'oppressore è vile, più lo schiavo è infame»
 
Martedì 19 febbraio si annunciava essere un giorno importante per tutti gli scrupolosi cittadini italiani rispettosi della legge, quelli fedeli alle «istituzioni democratiche che rappresentano la volontà popolare espressa nel corso di libere elezioni». Era il giorno in cui nel loro Parlamento avrebbero deciso se il Bullo degli Interni doveva andare sotto processo per aver impedito lo sbarco in Italia dei profughi raccolti nel Mediterraneo dalla nave Diciotti. Dal punto di vista giuridico, il quesito sembrava quasi una banalità considerato che il secondo articolo della loro Costituzione garantisce i «diritti inviolabili» riconosciuti all'«uomo». 
«Inviolabili» – capite? – inteso in senso assoluto. Non validi sotto un governo, nei giorni pari, di giorno, e trascurabili sotto un altro governo, nei giorni dispari, di notte; ma intoccabili sempre e comunque. «All'uomo» – capite? – inteso in senso universale. Non ai soli cittadini italiani, non ai soli cittadini europei, né ai soli maschi o maggiorenni, ma a tutti gli esseri umani a prescindere dal paese in cui sono nati, dalla lingua che parlano, dal colore della loro pelle, dalla loro età o dal cromosoma.

Tagliare è possibile

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Tagliare è possibile

 

Se il silenzio fa paura, forse è perché l’assenza di suoni familiari tende a rimandarci a noi stessi. Quando si avanza nell’oscurità troppo silenziosa, non è raro parlare, fischiettare un motivetto, o riflettere ad alta voce per non farsi prendere dall’angoscia. Non è cosa semplice e può anche richiedere un po’ d’esercizio, perché la nostra mente è condizionata a identificare il silenzio col pericolo, il buio col rischio. È l'angoscia a generare il vuoto, la sensazione di trovarsi sul bordo dell'abisso e di non essere capaci di distogliere lo sguardo dal baratro che si apre davanti a noi. Ma è proprio in momenti come questi che si tende a sentirsi più vicini a se stessi, senza intermediari, con una presenza mentale ed emotiva assai più sostenuta.
Difficile ritrovare ancora silenzio od oscurità nel mondo moderno. I rumori industriali ci accompagnano incessantemente, i dispositivi emettono costantemente i loro suoni elettronici, e d’altronde c'è quasi sempre qualcuno che riempie il vuoto col suo chiacchiericcio insopportabile quanto superficiale. Oggi la paura del vuoto, l’angoscia del silenzio, è sublimata tra le altre cose da una connessione permanente. Mai da soli, mai in silenzio, mai davanti all'abisso.

Punti di vista

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Punti di vista

Ben sapendo che i punti di vista si possono suddividere a grandi linee in due categorie, il proprio e quello sbagliato, è con una certa ilarità che stiamo assistendo alle due baruffe istituzionali scoppiate in queste ultime ore. La prima, di carattere politico-storiografico internazionale, riguarda la questione delle foibe. La seconda, di carattere ingegneristico-contabile nazionale, riguarda invece la costruzione della linea dell'Alta Velocità in Val Susa. Ci sembra che la discrepanza venutasi a creare in entrambi i casi fra le parti in causa, e su quanto viene presentato con dati di fatto alla mano, mostri bene la finzione su cui poggia la politica.

 
Dunque, con negazionismo s’intende quella corrente del revisionismo che non si limita a reinterpretare determinati fenomeni della storia contemporanea, ma che per fini ideologico-politici arriva a negare l'esistenza stessa di eventi storici particolarmente aberranti quali genocidi, massacri, pulizie etniche.
 
Allora, questa linea ferroviaria ad Alta Velocità fra Torino e Lione è conveniente farla, sì o no? L'analisi costi/benefici effettuata da alcuni periti ed appena resa pubblica dall'attuale governo dice di no. Troppe spese, pochi guadagni. Con un saldo negativo di sette miliardi di euro, meglio lasciar perdere. Ma come?! 

Ai vagabondi, ai disoccupati, ai diseredati, ai poveri

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Ai vagabondi, ai disoccupati, ai diseredati, ai poveri

Lucy Parsons
 
Mi rivolgo a voi, alle 35000 persone che in questo momento vagano per le strade di questa grande città con le mani affondate nelle tasche, a voi che fissate svogliatamente lo sfoggio di ricchezza e godimento cui non prendete parte, a voi che non siete in grado nemmeno di procurarvi da soli un tozzo di pane con cui placare gli spasmi della fame che vi morde le viscere. È a voi ed alle centinaia di migliaia di persone che si trovano nella stessa situazione, in questo grande paese dell'abbondanza, che desidero rivolgere queste parole.

Non avete forse sgobbato per tutta la vostra vita, da quando eravate sufficientemente grandi da venire usati nella produzione di ricchezza? Non avete lavorato a lungo, sodo e con fatica, per produrre tutte queste ricchezze? E sapete di aver prodotto, nel corso di tutti questi anni di fatiche, migliaia e migliaia di dollari di ricchezza — ricchezza che non avete posseduto, non possedete ora e di cui non avrete mai la minima parte, a meno che non agiate?

Noi rifugiati

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Noi rifugiati

Hannah Arendt 
 
In primo luogo non desideriamo essere chiamati “profughi”. Solitamente il termine “profugo” designava una persona costretta a cercare asilo per aver agito in un certo modo o per aver sostenuto una certa opinione politica. È vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un'opinione politica radicale.
Con noi, il significato del termine “profugo” è cambiato. Ora “profughi” sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un paese nuovo senza mezzi, e che per questo hanno bisogno dell'aiuto dei Refugee Committee
Prima che la guerra scoppiasse eravamo ancora più sensibili al fatto di essere chiamati “profughi”. Facevamo del nostro meglio per dimostrare agli altri che eravamo solo comuni immigrati.

Di luce propria

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Di luce propria

Per far funzionare la società odierna — muoverne gli ingranaggi, azionarne le presse, tenerne accesi gli schermi — serve una forza disumana. Una forza che va non solo reperita, ma diversificata ed accumulata all’infinito per permettere sempre ulteriori espansioni industriali. Chi detiene il potere, politico ed economico, deve quindi spremere ogni singola briciola di energia dal pianeta, intrappolata nei legami chimici della materia, da ognuna delle sue fonti: centrali nucleari che sfruttano la potenza degli atomi; impianti termici che bruciano tonnellate e tonnellate di gas e petrolio; miniere che bucano e divorano la terra alla ricerca di carbone; distese di pannelli fotovoltaici e pale eoliche che catturano raggi e brezze, dando l’illusione che l’attuale modo di vivere sia riformabile. Le cosiddette «crisi energetiche», che vengono menzionate di tanto in tanto, nascono dai limiti insiti in ciò che resta della natura di alimentare la forsennata corsa del progresso. 

L'amante dell'Orsa Maggiore

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L'amante dell'Orsa Maggiore

È uscito per le Edizioni Indesiderabili “L'amante dell'Orsa Maggiore” di Sergiusz Piasecki.
Tutto il ricavato sarà benefit per la tipografia anarchica l'Impatience di Marsiglia.
 
Vivevamo come dei re. Tracannavamo vodka a bicchieri. Tante belle ragazze ci volevano bene. Camminavamo su tappeti di foglie d’oro, diguazzavamo nell’oro e pagavamo con oro, argento e dollari. Pagavamo per tutto, per la vodka e per la musica. Pagavamo l’amore con l’amore e l’odio con l’odio. Volevo bene ai miei compagni perché non mi deludevano mai. Erano uomini rudi, incolti, ma qualche volta così magnifici che io mi fermavo stupito.
Allora ringraziavo la Natura di essere uomo. Amavo le albe deliziose e freschissime di primavera quando il Sole giocava come un bambino sparpagliando nel cielo colori e luci. Amavo i crepuscoli estivi quando la terra respirava la calura e il vento rinfrescava e accarezzava dolcemente i campi profumati.

Tempo al tempo

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Tempo al tempo

«Se si sale sul treno sbagliato, non serve a nulla correre lungo il corridoio nella direzione opposta»
Dietrich Bonhoeffer
 
Così diceva un pastore luterano tedesco, fucilato dai nazisti per la sua partecipazione alla resistenza. Sarà anche stato un teologo servo di Dio, ma queste sue parole ci vengono sempre in mente quando sentiamo i buoni propositi sbandierati da chi, in piena conoscenza di causa, è salito sul treno sbagliato. Come tutti sanno, il treno è un mezzo di viaggio particolare poiché corre su binari prestabiliti. Non è il conducente né sono i viaggiatori a scegliere a proprio piacimento la destinazione. Il treno va dove deve andare, perché non può certo invertire rotta. 
Per favore, niente chiacchiere al riguardo. Se si sale sul treno sbagliato, si arriva nel posto sbagliato.

Una domanda senza risposta

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Una domanda senza risposta

 
C'è una domanda che frulla da qualche tempo nella testa di molti reduci di oramai antiquate guerre sociali, nonché fra i loro sodali, nonché fra chi in quei conflitti vede solo un’occasione di battaglia politica. Ed è una domanda tornata alla ribalta in questi ultimi giorni, dopo l'estradizione in Italia di un romanziere di sinistra che in gioventù ha partecipato a quella guerra.
Questa domanda la si potrebbe riassumere più o meno così: perché, a differenza del ministro della Giustizia del dopoguerra, il comunista Palmiro Togliatti, che nel giugno del 1946 concesse un’amnistia generalizzata ai fascisti (di cui beneficiarono circa 10.000 camicie nere, alcuni dei quali responsabili di delazioni, torture, omicidi), oggi invece si continuano a tenere aperte, anzi si rilanciano in pompa magna, le pendenze giudiziarie relative allo scontro armato che negli anni 70 contrappose lo Stato ad un movimento lanciato all'assalto del cielo?

Il progresso nelle mani dello Stato

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Cosa diventa il progresso nelle mani dello Stato?

Jean-Pierre Baudet
 
Da secoli l'esistenza di un reddito era rigorosamente condizionata da un'attività laboriosa (sotto forma di salario) o dalla proprietà di un capitale (sotto forma di dividendi). Solo improbabili sognatori potevano immaginare di rompere un giorno con questa legge presunta eterna, poiché legata ad una supposta natura umana (già nella Bibbia, lavorare col sudore della fronte costituiva una maledizione immutabile fino alla fine dei tempi terreni).

Anche il servizio militare era un dovere imprescindibile per ogni individuo (maschio), e chi cercava di evitarlo veniva perseguito con la stessa severità usata con chi non lavorava: i primi venivano messi in prigione, mentre i secondi erano condannati a morire di fame.

Ma in verità la nostra epoca vede crollare un numero abbastanza elevato di «verità immutabili».

La militarizzazione del tempo libero

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La militarizzazione del tempo libero

André Prudhommeaux


 
La solitudine nella promiscuità, tale è il destino del proletario. Dorme, mangia, viaggia, lavora e si riposa in massa. Fin dall'infanzia con la camera comune, il letto comune, l'asilo nido, la mensa, la scuola, l'officina, la caserma. E si conclude con la sala comune dell'ospedale o del manicomio, la zuppa in comune coi vecchi, la fossa comune. Molti bambini nelle città non si appartengono mai; prede di un controllo continuo, della presenza inevitabile della massa, non avranno un istante per isolarsi dalla costrizione sociale, per essere se stessi, per conoscere la sicurezza e il possesso di un proprio mondo, non avranno altro rifugio chiuso a chiave che il fetido bugigattolo dei cessi.

La guerra contro il potere


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La guerra contro il potere


Cari compagni, care compagne,

Per noi anarchici, le parole possono costituire una trappola. Possono colpirci e potremmo costruirci attorno un labirinto da cui sarebbe difficile uscire. Le parole restano sempre approssimative, nient'altro che un tentativo di cogliere la realtà ed esprimere idee. Tuttavia costituiscono uno degli strumenti a nostra disposizione per avvicinarci, per gettare un ponte verso altri compagni, verso altri ribelli. Essendo cosciente dei limiti delle parole, posso solo sperare che queste poche parole riusciranno ad attraversare l'oceano, a sorvolare i mari e le terre, a superare le frontiere e ad arrivare fino a voi in questa occasione della commemorazione della morte dell'anarchico Sebastián Oversluij, abbattuto da una guardia nel corso di un esproprio in banca a Santiago del Cile l'11 dicembre 2013.

Qualche volta, magari in momenti tragici come quello della morte di Sebastián, o semplicemente quando i nostri occhi rifiutano di chiudersi, quando le nostre membra rifiutano di riposarsi, quando la notte nel nostro letto continuiamo a fissare il soffitto, una domanda, una domanda fondamentale può venirci in mente ed ossessionarci. Perché siamo anarchici? Cosa significa essere anarchici?

Odio i politicanti

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Odio i politicanti

«Il solo espropriatore italo-americano su cui la letteratura anarchica 
non ha nulla da dire è Cesare Stami, anarchico individualista selvaggio...»
Nunzio Pernicone
Carlo Tresca and the Sacco-Vanzetti Case
 
 
La prima volta che ci siamo imbattuti nella sua ombra è stato oltre una decina di anni fa. Per caso, per puro caso. Eravamo in una biblioteca anarchica e stavamo sfogliando una vecchia rivista, di quelle ingiallite dal tempo, pubblicata alla fine degli anni 20 da individualisti italiani emigrati negli Stati Uniti. 
A un tratto l’occhio ci è caduto su un articolo commemorativo in cui si rendeva omaggio ad un anarchico italiano sepolto e dimenticato da tutti. Oltre a venire descritto come un uomo pieno di virtù e di vizi, dal pensiero provocatorio e iconoclasta, insofferente ad ogni morale (compresa quella cara a certi anarchici), veniva anche ricordato per essere stato un temibile fuorilegge, ammazzato alcuni anni prima in un agguato dalla polizia. Ecco perché, sospirava l’autore del testo, «la tacita congiura del silenzio e dell’oblio si è fatta attorno al suo nome».
Il suo nome era Cesare Stami. 

...di fronte al problema dell'autogestione

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Anarchismo e bolscevismo di fronte al problema dell'autogestione (1905-1918)

Giuseppe Rose
 
Lo sciopero di Pietroburgo del 3 (16) gennaio 1905, cominciato nella fabbrica Putilov e che fu «come il lampo preannunciatore della burrasca alla vigilia della grande tempesta»(1) ebbe «un inizio puramente spontaneo»(2). Questa prima fase rivoluzionaria, sbocciata all insegna dello spontaneismo, avrebbe dovuto e potuto costituire, dodici anni dopo, attraverso la creazione altrettanto spontanea di organismi autenticamente operai, il trampolino di lancio di una seconda più matura e più valida rivoluzione sociale.
La Russia del 1905, non potendo contare su un movimento sindacale inesistente, riuscì però a creare dal basso, in occasione degli scioperi nelle fabbriche, un organismo di tipo nuovo — il soviet — con lo scopo iniziale di alleviare «le temibili privazioni» degli operai «in conseguenza dello sciopero» e, soprattutto, con lo scopo di «seguire attentamente il corso degli avvenimenti, servire di legame fra tutti gli operai, informarli sulla situazione, e, in caso di bisogno, raccogliere attorno a sé le forze operaie rivoluzionarie». 

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