Brulotti

Semplici galleggianti carichi di materiale esplosivo lanciati alla deriva nel tentativo di incendiare le navi nemiche, in senso figurato i brulotti sono piccole idee suscettibili di provocare danni nei luoghi comuni che rendono triste ed opaca la nostra esistenza. Ogni pretesto è buono per simili tentativi: la riflessione su un fatto del giorno, l'intervento in una lotta, l'annuncio di una iniziativa, la riproposizione di testi dimenticati...

Riflessioni sul processo...

Brulotti

Riflessioni sul processo contro alcuni anarchici in Belgio

 

Insieme ad altri anarchici, sono stato chiamato a comparire davanti ad un tribunale dello Stato belga, accusato principalmente di far parte di quella che, all'inizio della lunga indagine, veniva definita «organizzazione terroristica», ma che alla fine è stata riclassificata come «associazione di malfattori». Non scrivo queste righe per avviare un qualsiasi dialogo indiretto con le istituzioni statali, né per raccontare la mia vita, ma semplicemente per strappare il velo di silenzio che lo Stato potrebbe essere intenzionato a stendere sulle eventuali condanne. 
 
La rivolta contro il potere, la lotta per la libertà, ha sempre accompagnato la storia umana. Per meglio dire, a mio parere sfidare il potere costituito è cruciale per la storia umana sulla terra — e, alla luce dell'attuale società titanica che sprofonda in oceani di sangue, sofferenza, disperazione e tragedie indicibili, alquanto paradossale.

Nessuna vittoria nessuna sconfitta

Brulotti

Nessuna vittoria nessuna sconfitta



«Gli anarchici hanno sempre perso, non hanno mai vinto nulla». Non è raro sentire frasi del genere anche tra i nemici dell'autorità, assaliti dall'esitazione o dal rimorso. Questo genere di sentenze definitive arriva talvolta ad apostrofare i dibattiti sulle lotte recenti, quando non s'intromettono con sicumera nelle discussioni sui contributi degli anarchici durante i sollevamenti, le insurrezioni e le rivoluzioni di un passato ormai trascorso. Pensando alle orgogliose colonne dei gioiosi miliziani anarchici, che brandivano armi, bandiere ed intonavano canti per sollevare i cuori, mentre lasciavano Barcellona nel luglio del 1936, emettiamo un sospiro nostalgico che ci porta dritti alla malinconia così caratteristica in molti anarchici – secondo un noto cantante – per concludere fatalmente: «Perderemo sempre, siamo le pecore nere della storia».
Eppure, se le speranze possono spesso infiammare il tenero cuore degli anarchici, non dimentichiamo che anche la disperazione è stata un fiele che ha accompagnato molti dei loro viaggi. Innamorati dell'idea, odiavano allo stesso modo gli oppressori. È così che l'amore appassionato che bruciava la loro vita di desideri rasentava un odio feroce che poteva colpire implacabilmente e versare il sangue dei tiranni, dei loro tirapiedi e dei loro adoratori. Ma perché parlare al passato? Quell’universo, quel vocabolario, quel mondo interiore degli anarchici, è forse cambiato? Non si sono accese le speranze quando centinaia di migliaia di oppressi si sono sollevati contro i regimi in carica in molti paesi alcuni anni fa, durante le cosiddette «primavere arabe»? La disperazione nel vedere quei sollevamenti venire liquidati da una reazione dalle molteplici facce non ha armato le braccia di molti di loro per colpire, ancora una volta? Eppure là non c'era traccia di fatalismo, che come vedremo si trova altrove...

Per ricantare amore

Brulotti

Per ricantare amore

Virgilia D’Andrea
 
Aprite la prigione, o carceriera!

È tanto tempo che non vedo il cielo…
 
Voglio sognar che splenda primavera

Fresca ed aulente nel gemmato velo.
 
E date, al sogno, palpito di sole!…

Tanto… il pensier, non muterà giammai:


Fissate le luci, miei cari!

Brulotti

Fissate le luci, miei cari!

di Jordan Brown (2017)

 
Viviamo in un mondo di schermi. L'adulto medio trascorre la maggior parte delle sue ore di veglia davanti allo schermo di un dispositivo. Siamo abbacinati, siamo letteralmente dipendenti da Facebook, Google, Instagram, Twitter...
Come siamo arrivati a questo punto?
Chi ne trae beneficio? Qual è il loro impatto sugli esseri umani e sulla società nel suo insieme? Cosa succederebbe se l'intera esistenza umana venisse ridotta alla portata di un clic? Ed è davvero questo che vogliamo?


L’incendio

Brulotti

L’incendio

Louis ***
 
La struttura della cattedrale di Parigi non ha ancora finito di consumarsi che già tutti i poteri istituiti al gran completo invocano di serrare i ranghi attorno a quel simbolo di sottomissione. È stato tosto ricordato in continuazione che per secoli quel monumento ha visto passare nella sua navata re, papi, imperatori ed altri presidenti di tutta Europa, anzi del mondo.
In piena crisi sociale, mentre da mesi si insiste con la cantilena che le casse sono vuote, che il trattamento omeopatico dell'ingiustizia, della povertà e della miseria costa decisamente troppo, essendo le ceneri ancora calde, ecco piovere milioni a profusione e in maniera indecente. Tutto il bel mondo si congratula di fronte alla cosiddetta generosità di alcuni miliardari...

L’invenzione del capitalismo

Brulotti

L’invenzione del capitalismo

Y. L.
 
«... tutti, tranne gli idioti, sanno che le classi inferiori 
devono essere tenute nella povertà, altrimenti non lavorerebbero». 

Arthur Young (1771)

 
La dottrina economica della nostra cultura afferma che il capitalismo è sinonimo di libertà individuale e società libera, giusto? Beh, se vi siete già detti che questa logica è una bella stronzata, vi consiglio di leggere un libro intitolato The Invention of Capitalism, scritto da uno storico dell’economia chiamato Michael Perelman, il quale è stato costretto ad esiliarsi alla Chico State, sperduta università della California rurale, per via della sua mancanza di simpatia verso l’economia di mercato. Perelman ha usato il periodo del suo esilio in uno dei modi migliori, esplorando e sfogliando le opere e la corrispondenza di Adam Smith e dei suoi contemporanei allo scopo di scrivere una storia della creazione del capitalismo che andasse oltre la superficiale favola La ricchezza delle nazioni; egli ci propone quindi di leggere i primi capitalisti, economisti, filosofi, sacerdoti e politici attraverso le loro stesse parole. E non è bello da vedere.

Generosa Gioventù Iconoclasta

Brulotti

Generosa Gioventù Iconoclasta

Severino Di Giovanni
 
Da Henry, Caserio a Lucetti, fino ad Anteo Zamboni; da Bruno Filippi a Renzo Novatore e senza dimenticarci di Aguggini e di Mariani, la falange giovanile dei grandi iconoclasti sembra non voglia estinguersi.
In questi ultimi attimi di vita rivoluzionaria, la gioventù — non meno gli anziani — sta scrivendo nella sua storia indomita, a colpi di maglio, tutte le sue esuberanti virtù eroiche. A poca distanza — gli anni e i mesi nel tempo eterno sono minuti secondi — come una infrangibile catena d'acciaio, essi, i giovani iconoclasti, i grandi generosi dall'animo eroico e dal pugno sodo, dimentichi di sé e del loro avvenire, con una raggiante visione dell'ideale, si sacrificano per l’umana libertà.
E nella loro grande generosità, nel loro grande amore sconfinato, non vedono dinanzi nessuna barriera, nessun inciampo, ma una larga strada spazzata da tutti gli insormontabili ostacoli che il feroce Moloch pone d'intralcio.

Guarda che bel fungo!

Brulotti

Guarda che bel fungo!

«Un individuo mangia dei funghi e s'avvelena. Il medico gli dà un emetico e lo salva. Il guarito corre subito dal suo cuoco e gli dice:
— I funghi di ieri in salsa bianca mi hanno avvelenato! Domani li farai con salsa nera.
Il nostro individuo mangia i funghi con salsa nera. Secondo avvelenamento, seconda visita dal medico e seconda cura con emetico.
— Perbacco! — dice al cuoco — Non voglio più funghi con salsa nera né con salsa bianca. Domani li friggerai.
Terzo avvelenamento con accompagnamento dal medico ed emetico.
— Questa volta — esclama il nostro uomo — non mi farò fregare! Mastro Giacomo, fate i funghi canditi.
I funghi canditi lo avvelenano di nuovo.
— Ma è un imbecille — direte voi — Ch'egli getti i funghi nell'immondezzaio e non ne mangi più.
Siate meno severi, ve ne prego, perché questo imbecille siete voi, siamo noi, è l'umanità intera. Sono ormai quattro o cinquemila anni che confezionate lo Stato — cioè il Potere, l'autorità, il governo — in tutte le salse, che fate, disfate, tagliate, limate Costituzioni su tutti i padroni e che l'avvelenamento continua.
Avete provato con i re legittimi, con i re di fatto, con i governi parlamentari, con le repubbliche unitarie e centralizzate, e la cosa che più vi danneggia, il dispotismo, la dittatura di Stato, l'avete scrupolosamente rispettata ed accuratamente conservata».
(Athur Arnould, Stato e Rivoluzione, 1877)
 

Il placebo del cittadinismo

Brulotti

Il placebo del cittadinismo

«Medicamento dato più per compiacere il paziente che per fornirgli beneficio»
Hoopers Medical Dictionary, 1811
 
È uno dei più diffusi e comuni esperimenti che vengono fatti in ambito medico-farmacologico. La comparazione in termini di efficacia tra un nuovo preparato o un nuovo procedimento testato su un gruppo di pazienti, ed una sostanza neutra e innocua – il placebo appunto – somministrata ad un altro gruppo altrettanto numeroso di pazienti. Affinché l'esperimento risulti attendibile, sia i pazienti che il medico incaricato non devono assolutamente sapere a chi verrà dato il farmaco vero e a chi quello fasullo (metodo «doppio cieco»). Da qui la possibilità di verificare l’esistenza dell’effetto placebo, il quale presuppone che determinate malattie possano migliorare o addirittura guarire con la somministrazione di sostanze innocue semplicemente perché sono state prescritte al paziente come medicine. 

Attacco!

Brulotti

Attacco!

Ogni mattina, il suono della sveglia mi strappa al sonno. Atto primo: accendo il mio cellulare.
Tramite satelliti, snodi di comunicazione, antenne e quant’altro, il mio telefono si sincronizza con quelli di tutti gli altri. Viviamo la stessa vita nello stesso tempo. Connesso ad internet, qualcosa di invisibile mi attraversa, il mio telefono invia e riceve incessantemente. Non appena il ritmo della notte viene ucciso dalla suoneria ed io mi sincronizzo con il mondo in rete, è un altro tempo a dominare. Lo staccato di trasmissioni in diretta, di ininterrotta accessibilità, di permanente disponibilità, di tempi ed appuntamenti, di orari e scadenze. Atto secondo: stacco il mio cellulare dalla presa. Senza elettricità, non sarebbe nulla, solo plastica e ferraglia con qualche elemento di terre rare. È grazie alla produzione di elettricità dipendente dal nucleare e dal carbone che una rete globale, un'infrastruttura critica che garantisce la nostra vita quotidiana, può funzionare, con l'ausilio di specialisti protetti dalla polizia e dall'esercito.

Invisibile ma vero

Brulotti

Invisibile ma vero

 

A qualcuno non sarà sfuggito che gli Champs Élysées in fiamme lo scorso sabato potevano essere considerati una magnifica commemorazione della Comune di Parigi. Chissà in quanti lo avranno pensato. «Parigi respirava!... Dovunque si agitava una vita intensa... Addio al vecchio mondo e alla diplomazia», scriveva Louise Michel a proposito degli avvenimenti cominciati il 18 marzo 1871 a Parigi. «La Comune è stata la più grande festa del XX secolo» — chiosarono un secolo dopo i situazionisti. «È stato fantastico, di una gioia impressionante» — ci ha scritto un anonimo compagno a proposito del 16 marzo 2019 a Parigi. L'ebbrezza della rivolta, nell'assalto al potere ed alle sue piccole mortificazioni quotidiane, un piacere che non ha bisogno di capi... ah, già, a proposito, e i capi?
Che tristezza, nemmeno i leader rivoluzionari sono più quelli di una volta. Se il 18 marzo 1871 l'aspirante generale dell'insurrezione Blanqui non poté partecipare alla sollevazione, è perché si trovava in prigione. Temendo la sua influenza su un clima sociale ormai incandescente, il capo del governo Thiers era corso ai ripari e lo aveva fatto arrestare il giorno precedente. Ebbene, pare proprio che il 16 marzo 2019 nemmeno l'autoproclamatosi erede di Blanqui abbia potuto (tentare di) cavalcare la rivolta per le strade di Parigi, ma per un motivo assai più volgare: era, ed è tuttora, in giro per l’Italia a vendere la sua merce editoriale.

Antiprogressismo in Leopardi

Brulotti

Antiprogressismo in Leopardi

Adriano Tilgher
 
Ciò che all’età sua Leopardi non sapeva perdonare era l’esaltazione della Ragione come forza benefica ormai destinata essa sola a reggere l’umanità, era l’ideologia con cui essa giustificava a sé stessa il suo travaglio: l’ideologia del Progresso perpetuo necessario illimitato e del Lavoro concepito come dovere supremo e somma felicità dell’uomo ed esaltato come forza demiurgica creatrice di una società più ricca, più giusta, più felice. Ideologia che nei primi anni del secolo decimonono, favorita dalla pace succeduta alle guerre napoleoniche e dai primi trionfi della grande industria, era diventata una vera e propria religione laica, il Sansimonismo, che di Francia cominciava a dilagare in tutta Europa. Contro questa ideologia che esalta le magnifiche sorti e progressive dell’umanità (La Ginestra) il poeta scocca frecce di cui il secolo trascorso dopo che furono lanciate mostra ad esuberanza quanto fossero acute e come toccassero il segno. 

Sportivi, vi odio!

Brulotti

Sportivi, vi odio!

Arthur Cravan [Rémy Ricordeau]
 

Parallelamente alla vecchia esaltazione religiosa del sacrificio che, oggi desacralizzata, rimane nondimeno una perenne apologia della rinuncia, è coerente con la morale dei nostri padroni voler riaggiornare la non meno antica esaltazione dello sforzo.

Sarebbe tuttavia sbagliato vedere in questo insistente invito allo sforzo solo una forma modernizzata della tradizionale sollecitazione al lavoro. Innanzitutto perché viene rivolto a tutti, e quindi anche a coloro che, bene o male, sono per l'appunto privi di questo lavoro (o se ne sono privati da soli). Dobbiamo intendere questa esaltazione anche come un invito urgente all'oblio: di se stessi, della percezione che si ha del mondo, di ciò che si è e di ciò che si potrebbe essere.

Sotto tutti gli aspetti, lo sport e l'ideologia del superamento di sé che esso veicola rispondono a questo scopo.

Schiavi oppure operai?

Brulotti

Schiavi oppure operai?

James Henry Hammond
 
Il 4 marzo 1858 James Henry Hammond, senatore ed ex-governatore del South Carolina, nonché ricco proprietario di schiavi, tenne al Senato degli Stati Uniti un memorabile discorso in favore della schiavitù. La sua assai poco ironica analogia fra gli schiavi del Sud e gli operai del Nord fece infuriare molti suoi colleghi politici nordisti. Persino i più razzisti fra loro mostrarono di non gradire le sue parole. In effetti non capita tutti i giorni di sentire pronunciare, e con sprezzante sincerità, l'apologia della gerarchia sociale basata sulla divisione di classe. Ricordiamo che l'onorevole James Henry Hammond — secondo cui gli schiavi erano i più fortunati dei neri, «felici e contenti» di venire elevati grazie alla schiavitù — stuprò ripetutamente almeno due delle sue schiave (una delle quali, la prima volta, aveva appena 12 anni).
Quello che segue è un estratto del suo disgustosamente istruttivo discorso.

Psicoreati

Brulotti

Psicoreati

Che l'intelligenza sia contagiosa è una verità su cui hanno sempre scommesso gli indomiti sognatori di altri mondi. Ma nello spietato calcolo delle probabilità, inutile nascondere che è una verità ben diversa a godere di maggior fortuna. Perché, purtroppo, anche la stupidità è contagiosa — ed i suoi tempi di diffusione sono infinitamente più rapidi.
Leggere è più faticoso che ascoltare o guardare, riflettere per comprendere è più lungo che memorizzare per ripetere, formulare un'idea singolare è più difficile che condividere un'opinione comune. È quanto avevano ben capito i nazisti, i quali sostenevano che maggiore è il numero di persone da governare e minore deve essere il livello della propaganda a loro indirizzata. Per controllare milioni di esseri umani, per ottenerne il consenso o l'indifferenza nei confronti delle peggiori infamie, bisogna farne degli imbecilli. Non fornire loro gli strumenti necessari per sviluppare una consapevolezza, una sensibilità, un sapere, semmai strapparglieli. Perché non si buggera e non si incatena un popolo con alti e nobili ragionamenti, ma con basse e squallide banalità.

Pagine