Lettera sul fronte unico

Brulotti

Lettera sul fronte unico

Paolo Schicchi
 
Né a scusare le vostre canagliate vale menomamente il pretesto del «fronte unico antifascista» collo scopo precipuo di abbattere il più presto possibile il teschio di morto. Lo so bene che voi venite fuori colla vecchia e rancida massima di tutti i ribaldi e di tutti i gesuiti: il fine giustifica i mezzi, che è anche un'insegna essenzialmente fascista. Ma nel caso vostro tale massima non regge nemmeno per delle ragioni semplicissime, che anche un caporale di deposito capirebbe.
Innanzitutto la qualificazione di «fronte unico» qui è sbagliata, trattandosi di vero e proprio «esercito unico» e non soltanto di fronte.
Ma passi pure il fronte unico. Questo presuppone, oltre il nemico comune, comunanza d'intenti e di mezzi, unità di metodo e di condotta, volontà unica, ecc. Ora tutti sanno che per molte ragioni nemmeno nell'ultima grande guerra fu possibile il fronte unico. Anzi può dirsi che fino all'ultima fase, non era stato possibile nemmeno dentro i confini della Francia; nella stessa guisa in cui non fu mai possibile in alcuna delle grandi guerre passate, per le stessissime ragioni.

Respingiamo la servitù

Brulotti

Respingiamo la servitù

 



«... Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta»
Dante
 

A dire il vero, noi non siamo «furiosi della libertà», ma amanti della libertà, che consideriamo la prima condizione di vita. Tutti i doni, i beni, i mezzi, le forze, i talenti, le abilità, contano solo quando siamo liberi di servircene. Se ci viene impedito di usarli, o se siamo costretti ad impiegarli soprattutto a beneficio di un padrone, la nostra vita ne risulterà sminuita. Questo è il motivo per cui rimaniamo fedeli all'idea di libertà in tutti gli ambiti e ci piace definirci libertari.

Biglietti da visita

Brulotti

Biglietti da visita

 

Si sa che uno dei biglietti da visita lasciati dalle insurrezioni nella storia è la possibilità di partire da un pretesto banale, facendo esplodere in modo inaspettato le contraddizioni sociali che fremono da troppo tempo.
Non è forse stata nel dicembre 2010 l'autoimmolazione di un giovane venditore ambulante tunisino, stanco delle vessazioni poliziesche in una vita di miseria, ad aver dato fuoco alle polveri della cosiddetta primavera araba, per poi incendiare la Tunisia e l’Egitto, passando per la Libia e la Siria?
E non è stata una disputa a proposito di cannoni pagati tramite sottoscrizione popolare durante una guerra persa la scintilla che ha provocato l'insurrezione della Comune di Parigi nel marzo 1871, spalancando un ardente immaginario fino ai giorni nostri?

Sopra il vulcano

Intempestivi

Sopra il vulcano

«Rendiamo omaggio a un vulcano? Alle voci sotterranee che lo annunciano, alla cupa aridità che lo circonda, a quella cappa minerale che improvvisamente si spalanca in un raggio di fulmini che frantuma l'orizzonte?»
Annie Le Brun
 
Lo scorso 8 ottobre, in un incontro con la stampa, il presidente cileno Sebastián Piñera aveva definito il proprio paese «una vera oasi dentro un'America Latina confusa», potendo infatti contare — a differenza dei suoi vicini — su «una democrazia stabile». Solo dieci giorni dopo, venerdì 18 ottobre, davanti alla rivolta che deflagrava nelle strade del paese, è stato costretto a decretare lo stato d'emergenza e a disseminare Santiago e le altre città di militari come non se ne vedevano dai tempi di Pinochet. Questa clamorosa smentita della pacificazione sociale raggiunta è stata subito seguita da un’altra, quella della propaganda statale imperante. Domenica 20 ottobre, spalleggiato dai suoi generali, Piñera spiegava ai giornalisti come i disordini fossero opera di «gruppi violenti... in guerra contro tutti i cileni che vogliono vivere in democrazia. Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno». Ma poiché le immagini diffuse ovunque nel mondo stavano semmai dimostrando al di là di ogni possibile dubbio l’esatto contrario, ovvero come «tutti i cileni» (ad eccezione dei tirapiedi del potere) stessero prendendo parte alla protesta, due giorni dopo il presidente ha chiesto pubblicamente «perdono per non aver compreso in tempo il malessere sociale».

Danzare con le fiamme

Fuoriporta

Danzare con le fiamme

Martedì 12 novembre era la quarta giornata di sciopero generale puntuale in Cile dall'inizio della rivolta. E non solo è stata molto partecipata, ma i rivoltosi non si sono lasciati sfuggire l’occasione di moltiplicare gli scontri, le distruzioni incendiarie e i saccheggi in tutto il paese. E hanno continuato il giorno successivo...
 
Infrastrutture. Molte strade sono state bloccate da barricate, talvolta anche con l'aiuto di enormi cartelloni stradali abbattuti come ad Antofagasta, mentre verso le 6,30 anche un ripetitore di telefonia mobile di Movistar Chile è stato bruciato a Caldera, nell'area di Cerro Panagra, lasciando 15000 persone senza cellulare fino all'aeroporto, dato che quell’antenna dirigeva il segnale di altre quattro più piccole; d’altronde non è il primo ad essere stato attaccato dall'inizio della rivolta cioè dal 18 ottobre, come quello della società Entel a Teno (regione di Maule) incendiato il 26 ottobre, o quelli di Entel e di Claro ad Arica il 20 ottobre, mentre nel distretto di Pudahuel (Santiago) il 9 novembre all’1,30 del mattino, è una centrale telefonica a Laguna Sur ad esser stata data alle fiamme, tagliando Internet e il traffico telefonico mobile. Nel frattempo a Calama, all'estremo nord vicino al deserto e ad Antofagasta, è toccato alla torre principale del progetto Cerro Dominador, la più grande centrale solare di Cile e Sud America in costruzione, che ha preso fuoco verso le 20, con i vigili del fuoco che hanno impiegato quasi sei ore per spegnere l'incendio e il proprietario EIG Energy Global Partners che ha dichiarato di ignorare se le cause del disastro fossero volontarie o meno, in una giornata come quella del 12 novembre, una delle più calde della rivolta.

Il silenzio e il baccano

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Il silenzio e il baccano

 

Si sa, un fatto diviene tale quando viene evocato in maniera perentoria. Nel mondo informatizzato, ad esser più “cliccato” è quel che succede nella realtà artefatta. Questo fa sì che, per esempio, qualora avvengano degli incendi sulla linea dell'alta velocità, possano essere narrati in modi differenti. Se ha avuto un certo clamore quello sviluppatosi a Rovezzano (Firenze) qualche tempo fa, non si può dire che sia accaduto altrettanto con quello del 6 novembre dalle parti di Roma, quando un fuoco divampato in una cabina elettrica nelle vicinanze della stazione Tiburtina ha rallentato fino a tarda mattinata gli spostamenti su rotaia, paralizzando per qualche ora la mobilità lavorativa. Senza contare che proprio per quel giorno era previsto uno sciopero dei benzinai: inutile spiegare come la mancanza di carburante nel mondo delle macchine rischi seriamente di intralciare la quotidianità di tanti lavoratori-consumatori.
Abbiamo letto che qualcuno aveva subito ipotizzato il dolo per l'incendio vicino alla stazione romana, ma indubbiamente non c’è stato il rimbombo mediatico dell'incendio avvenuto qualche tempo prima a Firenze, così come vengono coperti tanti piccoli e grandi black-out o blocchi di trasporti che stanno avvenendo un po’ dovunque in Italia.

Perché è così difficile?

Brulotti

Perché è così difficile?

Rompere il legame con l’abusatore
 
Alcuni sopravviventi sono stupefatti e frastornati in prima persona per i sentimenti confusi e ambivalenti che provano per chi ha usato loro violenza. Perché questo accade? Perché una donna abusata dal padre lascia che sia lui ad accompagnarla all’altare il giorno del matrimonio? Perché una donna maltrattata dal marito continua a vivere sotto lo stesso tetto? Perché un operaio sfruttato continua a recarsi sul posto di lavoro, mantenendo così il suo padrone? Perché un cittadino abusato e tradito regolarmente da qualsiasi partito si presenta alle urne il giorno delle elezioni? Ecco alcune delle ragioni che vengono solitamente date.

La rivolta continua imperterrita

Fuoriporta

La rivolta continua imperterrita

«Siamo completamente sopraffatti, è come un'invasione straniera, 
extraterrestre, non so come dire, e non siamo attrezzati per combatterli»
Cecilia Morel, moglie del presidente Piñera, 21 ottobre 2019
 
Oltre i simboli. Venerdì 8 novembre a Santiago durante la manifestazione di 75/100.000 persone, l'edificio storico dell'Università privata Pedro de Valdivia chiamato Casa Schneider e risalente al 1924 è stato saccheggiato e bruciato (cinque arrestati, di cui uno in custodia preventiva e 970.000 euro di danni); la chiesa di La Asuncion (1876) è stata saccheggiata, con i suoi mobili (dalle panche ai confessionali) e i suoi maestosi feticci che alimentavano le barricate incendiate; anche la vicina ambasciata argentina è stata attaccata a Santiago dopo che i manifestanti sono riusciti ad attraversarne i cancelli, entrare nel giardino e lanciare pietre contro le finestre prima di andarsene indisturbati. Lo stesso giorno in tutto il territorio fino a sera, sono andati in fumo anche i caselli El Paico a Talagante; ha subìto la stessa sorte il salone d’ingresso del Ministero edilizia e urbanistica a Orsono (distruzione di mobili, computer e archivi); la sede della compagnia elettrica CGE, un tribunale, la tesoreria e l’università di tecnologia (Inacap) saccheggiati e incendiati a Copiapó; i locali della compagnia aerea Latam, la compagnia elettrica Saesa, una succursale bancaria Itaú devastati a Puerto Montt, per non parlare della Corte d'appello che perso tutte le finestre e dell'istituto linguistico Tromwell che è stato saccheggiato. Sono stati attaccati sette edifici fra commissariati e caserme, tra cui la Dipolcar (i servizi di intelligence dei carabinieri) del 54° commissariato di Huechuraba, il 10° a La Cisterna e quello di Quillota (oltre alla tesoreria e alla prefettura regionale). Oltre ai relativi saccheggi, da annotare gli attacchi distruttivi della prefettura regionale di Coyahique, di un tribunale e una Casa del Diritto a Viña del Mar, di un collegio ad Arica (circa quindici minorenni arrestati), e dei municipi di Puerto Varas e Loncoche.

Devono andar giù

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Devono andar giù

Notte di sabotaggi contro l'industria eolica
 
Nella notte fra domenica 3 novembre e lunedì 4, abbiamo attaccato 10 piloni eolici posti nella regione francese orientale. Ne sono crollati 6 e 3 sono rimasti danneggiati e non ancora caduti (sorpreeesa!). Questi apparati di misurazione arrivano a 100 metri d’altezza, sono tutti in metallo, hanno cavi su ogni lato allineati su tre assi per garantirne la stabilità, che quando si tranciano fa BADABUM. Inoltre, ciò che è fantastico è che sono situati in campagna e spesso ben isolati... 
Per sezionare i cavi d'acciaio puoi tagliare tutti i fili con un tronchese o una grossa tenaglia (o qualsiasi cosa tu ritenga appropriato che sta nella tua cassetta degli attrezzi) procedendo dal più distante al più vicino al palo fino a quando tutto piomba al suolo (di solito dopo 3 o 4 cavi tranciati). Tagliali tutti dalla stessa parte perché il pilone cadrà nella direzione opposta (fatti furbo, pensaci prima in quale direzione vuoi scappare). Armati di coraggio perché a seconda delle dimensioni dei cavi devi lavorar sodo. Non esitare ad allontanarti quando cade perché farà un bel botto! (è indubbiamente divertente ma è altrettanto impressionante).

Lontano dagli occhi...

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Lontano dagli occhi, vicino al cuore

 

Nella notte fra domenica 3 e lunedì 4 novembre è capitato qualcosa ad una linea elettrica d'alta tensione di La Spezia. Un trasformatore, in cui arrivava corrente a 130000 volt, è andato in tilt provocando un black-out che è durato molto più del previsto. Il trasformatore infatti è risultato talmente danneggiato da dover essere sostituito, e si sa come vanno queste cose: bisogna fare arrivare un altro trasformatore, allacciarlo, testarlo… Un vero danno per chi produce in quell’area, rimasto a secco di energia. Ad esempio,180 operai della Termomeccanica sono stati costretti per un paio di giorni a non poter fare il loro onesto lavoro: costruire pompe e compressori. Anche peggio è andata ai 960 lavoratori della ex Oto-Melara (oggi Leonardo), i quali sono stati costretti per ben tre giorni a non poter prestare la propria opera per fabbricare i prodotti che hanno reso celebre la “loro” azienda in tutto il mondo: cannoni, carri armati e altre macchine di morte.

Contro la guerra, contro la pace...

Brulotti

Contro la guerra, contro la pace...

Istituita un secolo fa, nel 1919, la commemorazione del 4 novembre nasce per celebrare il giorno in cui entrò in vigore l’armistizio di Villa Giusti che sancì la resa dell’Impero austro-ungarico nel 1918. Non a caso nel 1921 venne scelto proprio il 4 novembre per seppellire all’Altare della Patria, a Roma, le spoglie del soldato italiano caduto durante la prima guerra mondiale e mai identificato — il Milite Ignoto.

Ma il 4 novembre è anche la data della scomparsa dell’anarchico Luigi Galleani, morto nel 1931, che durante il Grande Massacro lanciò la parola di disordine contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione! dalle pagine del periodico di cui era redattore. Riproponiamo qui un articolo tratto da quel numero speciale di Cronaca Sovversiva, interamente dedicato alla guerra, di cui alleghiamo le riproduzioni di tutte le pagine.